L’angoscia di Sohyla: "Paura per la mia famiglia in Iran. Ma le bombe non ci libereranno"
Sohyla Arjmand era in viaggio di piacere quando è scoppiata la rivoluzione in Iran ed è rimasta a Bologna. Ha un’attività in Bolognina e da sempre dà voce al suo popolo
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Bologna, 1 marzo 2026 – "Le mie due sorelle, mio fratello e i miei nipoti sono in Iran. Ho mandato loro un messaggio ieri mattina, appena saputo dei bombardamenti. Sono ore di grande preoccupazione". Sohyla Arjmand vive in Italia da quando aveva 17 anni. Era arrivata per un viaggio di piacere, regalatole dal papà: non è più tornata nel suo Paese, travolto dalla rivoluzione islamica. Che ha schiacciato ogni diritto e ucciso in nome della morale chiunque ritenesse sgradito.
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"Mio fratello fu ammazzato a soli 16 anni, mia sorella impiccata un anno dopo”
Anche un fratello e una sorella di Sohyla: "Lui aveva 16 anni, lo hanno ammazzato alla fine del 1981. Mia sorella è stata impiccata un anno dopo, senza neppure un processo", racconta l’attivista, che ha un’attività in Bolognina e sotto le Torri ha dato voce al suo popolo, "perché è importante far sapere quello che accade in Iran". E anche oggi lo farà, in un appuntamento in piazza dell’Unità organizzato per le 10,30 dal circolo Pd Bolognina. La notizia dei bombardamenti l’ha turbata nel profondo: "Nessuno può augurarsi una guerra nella sua terra. Perché una guerra significa altri morti innocenti tra la nostra gente. Che è massacrata da un regime sanguinario che solo gli iraniani possono abbattere, per scrivere il loro futuro, decidere chi li deve governare. Comunque, in questo momento, l’importante è restare tutti uniti per la nostra libertà".
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I messaggi ai parenti e la manifestazione in piazza Galvani
Ieri Sohyla ha inviato un messaggio sulla chat di famiglia: "Di solito non scrivo mai loro, perché non voglio che i miei parenti vengano presi di mira dalla polizia morale che controlla tutto. Ma non ho potuto fare a meno di sapere come stessero – racconta –. Ho sentito anche una mia amica, lei ha detto invece che i suoi famigliari nutrono speranza che quello che sta accadendo possa cambiare le cose". E ieri sera, in questo segno, una sessantina di cittadini iraniani si è ritrovata in piazza Galvani, sventolando bandiere di Persia, Usa, Israele e Ucraina. "Siamo finalmente liberi grazie a Trump e Netanyahu. Ora inizia la transizione democratica", scandivano.
Il dolore dell'esilio e la speranza per il futuro
Sohyla non la pensa così, anche se condivide lo stesso sogno dei connazionali: "poter tornare in Iran. Io non sono scappata, la mia vita è stata stravolta dalla rivoluzione islamica e oggi guardo i ragazzi che sono nati sotto il regime e non riesco ad arrabbiarmi con loro, perché è stata insegnata loro solo la paura. In questi mesi le proteste in tutto il Paese sono state schiacciate nel sangue: non è stato ammazzato soltanto chi manifestava, ma anche i medici che volevano curare i feriti, gli avvocati. Il regime degli āyatollāh ha represso per 47 anni ogni voce dissidente, ha straziato, come la mia, famiglie intere. Il mio Paese merita di tornare a vivere, ma non credo che saranno le bombe di Trump a permetterlo".
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