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Ali Larijani, l’uomo che faceva dialogare Pasdaran e clero. Ma la sua morte non è uno scacco matto all’Iran

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17.03.2026

Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale dell'Iran (Ansa)

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Roma, 17 marzo 2026 – Uno scossone, ma per abbattere la complessa architettura del potere iraniano non basta. Ali Larijani era una figura centrale della politica nazionale. Veniva da una delle famiglie più potenti del Paese e rappresentava una sorta di ‘ufficiale di collegamento’, in quell’insieme di nodi che tiene unita la Repubblica Islamica. I Larijani sono radicali nell’establishment religioso, ma in buoni rapporti con i Pasdaran. Ali, poi, era la figura più ibrida di tutte. La sua morte, paradossalmente, per gli Usa e Israele può persino rappresentare una brutta notizia. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza era noto per il suo ‘conservatorismo pragmatico’. Pur restando fedele alla Guida Suprema, ha sempre cercato di mediare fra teologia e necessità economiche.

Tra Pasdaran e clero 

La sua scomparsa, se confermata, potrebbe portare il regime a chiudersi ancora di più. Non è un caso che negli ultimi anni proprio lui fosse stato progressivamente marginalizzato, fino all’esclusione dalla corsa presidenziale del 2021: segnale chiaro di un equilibrio che si stava spostando altrove. Il problema più grosso sarebbe la sparizione di un ‘ruolo di garanzia’, dove non sarà importante tanto chi lo sostituisce quanto quale apparato del complesso sistema di potere iraniano subentrerà a una figura che comunque era di compromesso. Da un lato ci sono i Pasdaran e la loro proiezione politico-economica, sempre più dominante, incarnata da uomini vicini a Ebrahim Raisi e al circuito securitario. Dall’altro lato resistono tecnocrati e conservatori meno ideologici, figure come Mohammad Bagher Ghalibaf, che rappresentano una continuità operativa più che una svolta. Ma nessuno, oggi, ha la stessa capacità di muoversi tra i diversi livelli del potere che aveva Larijani.

Il fratello più potente

Va poi sottolineato un altro aspetto. Ali Larijani ha un fratello minore, Sadeq. Una figura meno visibile ma in realtà ancora più radicata nei gangli profondi del sistema. Se Ali rappresentava il volto politico-istituzionale della famiglia, Sadeq ne incarna la dimensione giudiziaria e clericale: è stato a lungo capo del potere giudiziario e oggi siede nel Consiglio per il Discernimento, uno degli organi chiave che arbitrano i conflitti tra Parlamento e Guida Suprema. Era anche in corsa per prendere il posto del defunto Ali Khamenei e, se – in caso di scomparsa effettiva del designato Mojtaba – la scelta ricadesse su Sadeq Larijani, c’è da stare sicuri che questo difficilmente potrebbe attuare una linea morbida contro il nemico di sempre che per giunta gli ha ammazzato il fratello.

Un boomerang per gli Usa?

Nomi, fatti e persone che compongono un mosaico complesso e che fanno sorgere una domanda più ampia: è davvero possibile abbattere l’intero apparato di potere iraniano? Un collasso rapido è altamente improbabile, perché il regime è caratterizzato da una grande resilienza e una ancor maggiore capacità di adattamento. Le stesse sanzioni, in vigore ormai da anni, hanno indebolito il Paese, ma non l’élite al comando. Questa volta è diverso, ci sono tre crisi sovrapposte. Il Paese è sotto attacco, la nuova Guida Suprema è, se ancora viva, a mezzo servizio per motivi di sicurezza e il deterioramento economico rischia di peggiorare ulteriormente. In questo senso, la perdita di una figura come Larijani potrebbe prendere ancora più profonda la frattura interna fra Pasdaran e clero. Ma se queste due grandi anime del potere dovessero decidere di compattarsi e fare fronte comune, allora il regime paradossalmente ne uscirebbe più forte di prima e questa guerra potrebbe durare molto a lungo. E per gli Usa non è una buona notizia.

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© il Resto del Carlino