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Urbanistica, il fronte Tar: sull’edilizia 305 ricorsi. “Chiariti i confini della ristrutturazione”

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13.03.2026

L’area abbandonata in via Calvino, uno dei progetti al centro di ricorsi al Tar

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Milano, 14 marzo 2026 - Sulla qualificazione degli interventi “come ristrutturazione e demo-ricostruzione”, questione al centro della serie di inchieste della Procura di Milano sulla gestione dell’urbanistica, “l’interesse anche all’esterno verso le decisioni del Tar è percepibile”.

Una materia complessa finita al centro di giudizi del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, chiamato a dirimere una serie di contenziosi sui titoli edilizi che vedono coinvolti Comune, imprese e residenti. Il presidente del Tar della Lombardia, Marco Buricelli, nella sua relazione in occasione dell’anno giudiziario evidenzia l’aumento del 50% dei ricorsi nel 2025 rispetto al 2024. Un boom che, però, non è legato al nodo urbanistica quanto piuttosto al mondo della scuola, in particolare alla questione dei docenti precari esclusi dal “bonus“ di 500 euro per l’acquisto di beni per la formazione professionale continua.

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Al netto di questa pioggia di ricorsi contro il ministero dell’Istruzione “la materia più interessata da procedimenti sopravvenuti, come di consueto, è stata l’edilizia”: complessivamente 305 giudizi promossi in Lombardia con al centro contenziosi fra privati ed enti pubblici, pari a quasi il 6% del totale dei ricorsi in ingresso. A questi si associano “82 ricorsi su urbanistica, paesaggio e beni culturali”.

Il cantiere di via Giovanni Calvino

Nei giorni scorsi, durante la commissione Rigenerazione urbana del Comune a cui hanno partecipato la vicesindaca Anna Scavuzzo e il direttore dell’Avvocatura comunale Antonello Mandarano, era emerso che il Comune deve far fronte a 70 ricorsi al Tar di soggetti – spesso imprese edilizie – che contestano l’interpretazione più restrittiva di Palazzo Marino sulla concessione di titoli edilizi adottata nel 2024 proprio alla luce delle indagini aperte della Procura contro la prassi urbanistica ultradecennale dell’amministrazione.

Tra le “decisioni più interessanti pubblicate” nel 2025 in materia di edilizia, elencate nella relazione, ce n’è una che “assume un rilievo pregnante perché chiarisce in modo netto i confini tra ristrutturazione edilizia e nuova costruzione, dopo le modifiche normative che hanno ampliato la nozione di demolizione e ricostruzione”. Non riguarda Milano ma un contenzioso sorto a Paderno d’Adda, in provincia di Lecco, dove il Comune ha negato a un’impresa il permesso di costruire una palazzina al posto di una villa da demolire per “errata qualificazione dell’intervento” come “ristrutturazione edilizia anziché nuova costruzione”. Respingendo il ricorso della ditta, il Tar chiarisce che la norma del 2001 “sebbene animata dall’obiettivo di rendere più fruibile lo strumento della ristrutturazione demoricostruttiva anche per favorire il recupero del patrimonio edilizio esistente evitando il consumo di nuovo suolo, non può legittimare un concetto di ristrutturazione del tutto sganciato dalla conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio oggetto di trasformazione”.

Nel caso esaminato dal Tribunale, quindi, “rispetto ai dati di partenza, la superficie lorda dei nuovi edifici era sensibilmente maggiore di quella originaria, con un apprezzabile aumento volumetrico e un disegno sagomale con connotati alquanto diversi da quelli della struttura originaria”. Una sentenza appena depositata, inoltre, evidenzia che ha fatto bene il Comune di Milano nel 2024, attraverso una delibera di Giunta e mentre era scoppiato il caso delle inchieste della Procura sull’urbanistica, ad adeguarsi “alla linea interpretativa sposata” dai pm e poi, in concreto, su certi interventi immobiliari a invitare i costruttori a “trasformare” la Scia, ossia l’autocertificazione presentata come titolo edilizio, in “permessi a costruire” con i conseguenti piani attuativi.

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