Le imprese dell'Umbria più vicine alle donne, la consigliera di parità Rosita Garzi: "Ma la strada è ancora lunga"
Ci sono sempre più aziende umbre che scelgono di investire sulla parità di genere e sul benessere organizzativo. E’ da qui che, secondo la consigliera di parità della Regione Umbria Rosita Garzi, bisogna partire per raccontare l’8 marzo di quest’anno: non solo i problemi ancora aperti, ma anche i segnali di cambiamento che arrivano dal tessuto produttivo. Negli ultimi anni è infatti cresciuto in modo significativo il numero delle imprese che hanno intrapreso il percorso della certificazione di parità di genere. “In Umbria - spiega Garzi - abbiamo superato il centinaio di aziende con sede legale in loco certificate e considerando anche le sedi operative, siamo oltre le trecento”. Numeri che vanno al di là delle previsioni iniziali e che indicano una crescente sensibilità delle imprese sul tema.
La certificazione non riguarda semplicemente la presenza di donne in azienda, ma anche la qualità dell’organizzazione del lavoro. “E’ uno strumento che valuta la cultura aziendale nel suo complesso - sottolinea la consigliera - dalla conciliazione tra vita privata e lavoro alla trasparenza salariale, fino alle opportunità di carriera”. In altre parole, un modello che mette al centro il benessere delle persone come fattore di competitività. Il percorso richiede tempo - dai sei ai nove mesi - e un impegno concreto nella revisione dei processi interni. Per questo sono soprattutto le aziende più strutturate ad aver iniziato per prime. Ma anche molte medie imprese si stanno mettendo in gioco e una trentina di realtà umbre stanno attualmente lavorando per ottenere la certificazione.
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Dietro questo risultato c’è anche un lavoro di rete tra istituzioni e mondo economico. “In questi anni - racconta Garzi - abbiamo messo in contatto enti, associazioni di categoria, università e Camera di commercio. Spesso il nostro lavoro è stato proprio quello di far parlare tra loro soggetti diversi”. Un lavoro meno visibile ma decisivo per diffondere una nuova cultura organizzativa.
Il divario resta forte
Se il mondo delle imprese mostra segnali incoraggianti, i dati del mercato del lavoro raccontano però una realtà ancora segnata da profonde differenze.
Secondo il Rendiconto di genere 2025 dell’Inps, in Umbria il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni è del 61,5%, oltre tredici punti sotto quello maschile che raggiunge il 74,6%. Ancora più evidente il divario nell’inattività: il 35% delle donne umbre non lavora e non cerca lavoro, contro il 21,8% degli uomini. Il divario salariale di genere è significativo, con le donne che percepiscono in media il 20% in meno rispetto agli uomini. Le ripercussioni sulle pensioni sono evidenti: gli uomini andati in pensione all’inizio del 2025 percepiscono un assegno medio di 1.486 euro, le donne di appena 1.011 al mese.
“Le disparità - osserva Garzi - hanno radici storiche e culturali. Per decenni il modello sociale ha assegnato agli uomini il lavoro produttivo e alle donne quello di cura”. Un’impostazione che oggi appare superata ma che continua a produrre effetti concreti.
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L’Umbria, nel confronto nazionale, presenta indicatori leggermente migliori della media italiana, ma resta distante dalle regioni del Nord dove il divario occupazionale è molto più contenuto. “Non siamo tra le realtà peggiori - spiega la consigliera - ma siamo ancora lontani da una vera parità”.
Tra i problemi che emergono più spesso nei casi seguiti dalla consigliera di parità c’è ancora la maternità. “Pensiamo che sia un tema ormai superato - racconta Garzi - ma purtroppo non è così”.
Negli ultimi mesi sono arrivati diversi casi di giovani madri che hanno segnalato difficoltà nel riconoscimento pieno dei diritti legati all’allattamento o nella possibilità di combinare congedi e flessibilità oraria. Piccoli episodi che però rivelano quanto il sistema del lavoro sia ancora poco adattato alla genitorialità.
Il problema, secondo Garzi, è anche culturale. “Continuiamo a premiare chi è presente fisicamente in azienda e non sempre chi raggiunge i risultati”. Un modello che rischia di penalizzare chi ha responsabilità familiari.
Per questo la diffusione di strumenti come il lavoro agile e l’organizzazione per obiettivi potrebbe diventare una leva importante. “Quando si dà maggiore autonomia ai lavoratori - spiega - spesso aumentano anche motivazione e produttività”.
L’autonomia economica
L’Umbria presenta comunque alcuni elementi positivi sul fronte delle politiche sociali. La regione è l’unica in Italia ad aver già superato l’obiettivo europeo dei posti negli asili nido, con 46,5 posti ogni cento bambini, un dato che rappresenta una base importante per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia.
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Ma, come dimostrano i dati sull’occupazione, i servizi da soli non bastano. “Il vero salto - sottolinea Garzi - avverrà quando il lavoro femminile sarà pienamente riconosciuto come una risorsa per lo sviluppo”.
Anche perché l’indipendenza economica ha effetti che vanno oltre la dimensione professionale. “Quando una donna lavora - ricorda la consigliera - non contribuisce solo all’economia del Paese, ma acquisisce anche maggiore libertà personale”.
Un elemento decisivo anche nella possibilità di uscire da situazioni di violenza o dipendenza. La strada verso la parità resta lunga - alcune stime parlano ancora di oltre un secolo per colmare completamente il divario - ma qualcosa si muove. E proprio dalle aziende che scelgono di cambiare organizzazione e cultura del lavoro potrebbe arrivare una delle spinte più concrete verso un futuro più equilibrato tra uomini e donne.
