Quattro anni di guerra in Ucraina: Putin e l’illusione della grande vittoria
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Hai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Quattro anni di guerra in Ucraina: Putin e l’illusione della grande vittoria
Il leader russo sperava in Trump (che però non l’ha «salvato»). E dopo quattro anni di conflitto è prigioniero della logica di guerra
Un recente sondaggio del Vciom, un istituto filogovernativo, ha posto ai russi la seguente domanda: «Siete d’accordo con l’affermazione: “Mi sento responsabile per il mio Paese e sono pronto a risparmiare e limitare i miei bisogni per la causa della sua difesa”?» Il 69% degli intervistati ha risposto di sì. Per quanto in parte manipolato, è il messaggio che Vladimir Putin vuole sentire, nel quarto anniversario della cosiddetta Operazione Speciale, la guerra contro l’Ucraina, che ormai ha superato di ben 43 giorni la Grande Guerra Patriottica, cioè il secondo conflitto mondiale.
Lo dice dal 2012, il capo del Cremlino, che la chance di una nazione di primeggiare e rimanere indipendente non si misura dal suo potenziale economico, ma dalla sua Passionarnost, la capacità di un popolo di soffrire teorizzata dal filosofo Lev Gumiliev, il figlio di Anna Achmatova perseguitato da Stalin, che lo tenne per 14 anni in un gulag siberiano.
Millequattrocento sessanta giorni dopo aver scatenato l’invasione, Putin non ha ancora ottenuto la vittoria che cercava e in cui si fondevano molte cose: la terra del russkij mir, il mondo russo che relativizza i confini; la «denazificazione» e la «demilitarizzazione» di un Paese del quale nega perfino il diritto di esistere; ma soprattutto il rispetto, la dimostrazione della ritrovata grandezza imperiale della «Russia eterna» di fronte a un Occidente aggressivo e decadente.
La crociata non è andata come previsto. Avevano sbagliato tutto, gli scherani del Fsb, erede del Kgb, che gli avevano promesso una vittoria facile, rapida e gloriosa. La fiera resistenza degli ucraini, sostenuta dalla mobilitazione occidentale, ha invece costretto le armate putiniane a una guerra di attrito, imponendo al Cremlino perdite umane immense e concedendogli solo limitati vantaggi territoriali sia pure al costo di una distruzione senza fine. «Il nemico — ammette perfino il portale russo Rassegna militare — non si è ancora trovato chiaramente di fronte alla scelta: capitolare adesso o subire una sconfitta militare domani. E se non c’è questa scelta, allora c’è una crescente probabilità che anche quattro anni non siano un limite per l’Operazione speciale».
Eppure, un anno fa, Putin si era illuso di poter vincere la scommessa. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca gli aveva fatto balenare la possibilità di una capitolazione ucraina mascherata da accordo di pace, in grado di risolvere quelle lui chiama «le cause profonde del conflitto», cioè la rinuncia di Kiev a ogni sovranità e la sua subordinazione alla Russia.
Incoraggiato dal palese disprezzo di Trump per Zelensky, convinto di aver un «complice» alla Casa Bianca, Putin ha fatto finta di partecipare al kabuki dei negoziati, senza cedere mai su nessuna delle sue richieste massimaliste, fossero la cessione di territori che non controlla, il no all’adesione alla Nato, il rifiuto di ogni forza di pace a garanzia di un eventuale accordo. E intanto ha continuato a bombardare l’Ucraina e le sue infrastrutture civili, sperando di distruggere il morale della popolazione, visto che le avanzate si misurano in pochi chilometri.
Ma in dodici mesi, passata l’euforia del tappeto rosso al summit di Anchorage, Putin è rimasto con un pugno di mosche in mano. Nessuna normalizzazione dei rapporti bilaterali con Washington; umiliazioni geopolitiche in serie da Trump che ha bombardato l’Iran, catturato Maduro in Venezuela, aumentato la pressione su Cuba, alleati che Putin non può più sostenere.
E che dire della fine del New Start, il trattato sulla limitazione delle testate strategiche, scaduto ai primi del mese, dove Trump ha semplicemente ignorato la proposta di Putin di continuare a rispettarlo, sostenendo che senza la Cina nessun negoziato nucleare ha più senso?
E in fondo neppure in Ucraina lo Zar ha avuto quel che voleva da Trump, il quale ha dovuto prendere atto dei no di Zelensky e delle pressioni degli europei, che prima hanno imposto una modifica alla versione originale del piano di pace (dettata da Mosca) e poi hanno lanciato il prestito da 90 miliardi a Kiev, per sostituire gli aiuti Usa e consentire all’Ucraina di continuare a lottare.
Economia in difficoltà
La domanda del sondaggio Vciom tradisce però un’altra preoccupazione dello Zar, che inizia a fare i conti con il costo economico del conflitto. Ha militarizzato l’apparato produttivo e fin qui in qualche modo ha funzionato. Ma ora emergono i primi scricchiolii, mentre anche grazie alle sanzioni, gas e petrolio non assicurano più introiti a sufficienza: aumento dell’Iva al 22%, tagli alla spesa sociale, inflazione del 20% sui prezzi di beni alimentari come pane, carne, pesce congelato.
La crescita è finita, la stagflazione è dietro l’angolo. Segnali d’allarme che non possono essere ignorati, così come la difficoltà di mantenere l’infernale ritmo di 30-40 mila nuovi reclutati al mese da inviare al macello. È il momento quindi della Passionarnost, ultima dea dell’universo putiniano.Il che però ci dice anche che lo Zar rimane prigioniero della sua logica di guerra, votato alla ricerca esistenziale di una vittoria che sola può soddisfarne le ambizioni imperiali.
Non vuole e non può permettersi la pace, Vladmir Vladimirovic. E allora lancia fiamme e bombe sul campo avversario, mentre anche il suo comincia a bruciare. Si tratta di capire quale dei due brucerà più in fretta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Partecipa alla discussione
La tempesta di neve a New York
La tempesta di neve a New York
