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L’Ai ora prende il posto anche del consulente finanziario: la resa dei conti del risparmio gestito

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17.02.2026

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L’Ai ora prende il posto anche del consulente finanziario: la resa dei conti del risparmio gestito

Lo choc in Borsa sui titoli del risparmio mostra l’impatto reale dell’intelligenza artificiale su consulenti e intermediari. App e piattaforme promettono costi più bassi e maggiore produttività

Quello che è accaduto mercoledì in Borsa, lo scossone improvviso sui titoli del risparmio gestito, si rinnoverà o si ripeterà in altri settori. E sempre più frequentemente. Bisogna abituarsi. Ogni volta che vi sarà l’annuncio di iniziative di Intelligenza artificiale (Ai) in grado di ridurre (potenzialmente) i costi d’intermediazione e di imprimere un balzo di produttività, il mercato immaginerà scenari di trasformazione decisa, se non violenta. Il problema è semmai nella nostra capacità di comprensione della profondità e della velocità di un fenomeno inarrestabile. Una reazione emotiva amplifica le paure (e dunque le vendite dei titoli delle società minacciate); un’analisi più riflessiva e pacata valorizza le opportunità senza nascondere i pericoli. Ed è curiosa questa momentanea nemesi subita dai gruppi del risparmio gestito. Sono stati, per poche ore, vittime dell’atteggiamento che più temono e sconsigliano vivamente ai loro clienti: la scelta d’impulso, irrazionale. Al di là del caso specifico, il «mercoledì nero» di quei titoli (da Fineco ad Azimut, da Banca Generali a Mediolanum) racconta di una sfida prima di tutto culturale che i settori impattati dall’Ai dovranno sostenere. Ovvero, spiegare con maggiore trasparenza e sincerità ai propri clienti le variabili di scenario che, in riservata sede, compulsano quotidianamente. Superare il timore di apparire più fragili, non cedere alla tentazione di marketing di dimostrare il dominio dell’Ai, incassando così un dividendo supplementare di fiducia. Semplice da dire, difficile da fare.

Massimo Doris: «L’intelligenza artificiale? Migliora il lavoro dei consulenti finanziari. Ma non li sostituirà mai»

Nel caso dell’industria dell’asset management ha creato forte interesse, e altrettanta preoccupazione, il lancio di Altruist. Di che cosa si tratta? Di un’applicazione — ma non è la sola, ve ne sono diverse, come per esempio la spagnola Tuio — che consente di gestire direttamente, senza alcun intermediario fisico, i propri risparmi, di ottimizzare i piani fiscali e di accumulo e via di seguito. In sostanza un consulente privato tanto artificiale quanto efficiente oltre che a buon mercato. Un articolo apparso sul Financial Times, prima dello scossone di Borsa, dava conto della caduta del titolo britannico St James’Place come dell’americano Schwab, in uno scenario disruptive per l’intero settore. Come ha notato opportunamente Lucilla Incorvati su Il Sole 24 Ore, quasi tutti i grandi operatori italiani dispongono di una vasta rete di consulenti e di banker e fanno del contatto personale con la clientela il loro punto di forza. Il fai-da-te è più diffuso altrove ma non è detto che non sarà prevalente in futuro anche dalle nostre parti. La minaccia ai margini è comunque reale. E forse una riflessione aggiuntiva la dovrebbe proprio compiere il comparto del wealth e dell’asset management italiano. Le gestioni italiane sono mediamente più costose di quelle di altri Paesi continentali. Questa sorta di spread invisibile è ancora a lungo tollerabile? Non è il caso di chiedersi se la sfida epocale dell’intelligenza artificiale non faccia che accelerare questa — è il caso di chiamarla in questo modo — «resa dei conti»?Così come una pressione concorrenziale verrà dai passi avanti che farà comunque, nonostante le difficoltà politiche, la Saving Union market, ovvero l’inevitabile seppur lenta estensione del mercato unico a tutte le attività finanziarie.

Prigionia inconsapevole

 A questo si aggiunga la crescente attività regolatoria. Le autorità europee insistono nell’implementare il concetto value for money. Impongono maggiore trasparenza sul rapporto tra costi e ricavi e tra performance e benefici per l’investitore. Se la tecnologia riduce i costi operativi e la regolazione ne aumenta la comparabilità, diventa assai arduo giustificare strutture commissionali elevate in assenza di un valore aggiunto chiaramente percepibile. Un’impressione che si ricava dalle molte esperienze italiane, anche di successo, del risparmio gestito è la seguente. Le società sono troppo sicure di detenere e investire nel tempo i capitali affidati. A volte scambiano la fedeltà per prigionia inconsapevole, ciò dà loro un potere rilevante. La mobilità dei clienti è modesta quando non è conseguenza di una diversa scelta del banker (la recente fuga da Mediobanca insegna). Se il passaggio da un gestore all’altro avesse il tasso di «tradimento» (come da celebre e discussa pubblicità di uno dei maggiori operatori) del mercato delle telecomunicazioni, la pressione sul contenimento dei costi sarebbe maggiore. Smobilitare un portafoglio non è semplice. Equivale, come stress, a un piccolo trasloco, in questo caso mobiliare. Eppure, mai come in questo momento il Paese ha avuto bisogno di investire meglio l’ultima vera ricchezza che possiede. Nei giorni scorsi l’Istat e la Banca d’Italia hanno segnalato che, tra il 2021 e il 2024, la ricchezza finanziaria e immobiliare delle famiglie italiane ha perso il 5% del suo valore. Il picco inflazionistico, come è avvenuto in parte sui salari lordi, non è stato del tutto recuperato. Il patrimonio delle famiglie italiane era pari, nel 2024, a 11 mila 732 miliardi, in aumento «solo» del 2,8% sull’anno precedente. Tutto questo mentre i mercati finanziari hanno fatto registrare record storici.

Gli italiani sono risparmiatori virtuosi, ma investitori primitivi. Non ragionano sui tempi lunghi. Faticano a distinguere un tasso semplice da un tasso composto. Continuano a mantenere una parte rilevante dei propri risparmi bloccati sui conti correnti bancari, di fatto non remunerati (gli istituti di credito ringraziano e ingrassano). Solo il 15,4% si affida a gestori professionali. E possiamo immaginare di quanto sarebbe cresciuto il risparmio finanziario degli italiani se fosse stato, per pura ipotesi, messo nelle mani, con i margini di garanzia, rischio e trasparenza delle varie direttive comunitarie, di gestori professionali. Lo scossone di Borsa di mercoledì scorso può essere salutare se porterà a un’ulteriore crescita, anche di consapevolezza sociale, del mondo dei consulenti e dei banker. L’Istat ha comunicato che chi andrà in pensione (se ci andrà) nel 2060 avrà un tasso di sostituzione del 64,8%o contro l’attuale 81,5%. La gestione del risparmio, nella perdita strutturale di potere d’acquisto degli assegni di quiescenza, dovrà essere pensata sempre di più in una chiave previdenziale, di lungo periodo. Il rischio pensionistico è stato silenziosamente trasferito dallo Stato all’individuo, senza che quest’ultimo se ne sia reso particolarmente conto. Molti fondi pensione integrativi costano tra l’1,5 e il 2% l’anno. Troppo, si mangiano quasi tutto il vantaggio fiscale. Il consulente finanziario dovrà mettere a disposizione del cliente, non solo la propria professionalità di investitore, ma anche la capacità di accompagnarlo in tante altre scelte legate all’invecchiamento della popolazione, al crescere di diverse inabilità, alla dimensione di una solitudine sempre più diffusa. Questo tipo di assistenza non la potrà mai fare un’applicazione di Intelligenza artificiale. Almeno per ora.

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