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8 marzo: non fiori che appassiscono, ma diritti che fioriscono

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07.03.2026

Ricordare il passato, difendere il presente, costruire il futuro Non ho mai pensato di essere diversa da un uomo. Sono cresciuta con l’idea che l’intelligenza non avesse genere, che la determinazione non avesse sesso, che il talento non avesse bisogno di aggettivi. Ho studiato, lavorato, lottato senza sentirmi “meno”. Eppure, se guardo con onestà alla realtà, devo riconoscere che diversa lo sono. Non per natura. Ma per come la società continua a guardarmi. L’8 marzo, allora, non è una celebrazione astratta. È uno specchio. È il giorno in cui ci chiediamo se davvero l’uguaglianza che pensiamo di vivere sia piena o solo parziale. Se sia sostanza o apparenza. Una storia di diritti conquistati, non concessi Nel 1946 le donne italiane votarono per la prima volta. Non fu un gesto simbolico: fu una frattura nella storia. Da allora sono arrivate conquiste fondamentali: il divorzio, la tutela della maternità, l’interruzione volontaria di gravidanza, le battaglie per le pari opportunità nel lavoro e nella rappresentanza politica. In questo cammino il Partito Socialista Italiano ha avuto un ruolo decisivo. Ha difeso la laicità dello Stato, l’autonomia delle donne, il diritto di scegliere della propria vita e del proprio corpo. Ha sostenuto un’idea di welfare fondata sulla giustizia sociale e non sull’assistenzialismo. Ha posto al centro una questione che ancora oggi brucia: il lavoro di cura. Perché è lì che si misura la distanza tra uguaglianza formale e uguaglianza reale. La differenza che non dovrebbe esserci Ancora oggi, nella società italiana, veniamo considerate diversamente. Nelle retribuzioni: a parità di competenze, guadagniamo meno. Nel mondo del lavoro: la maternità è spesso vista come un rischio, non come un valore sociale. Nella quotidianità: il carico del lavoro domestico e di cura continua a gravare prevalentemente sulle donne. E la cosa più insidiosa è che questo meccanismo non sempre è imposto con la forza. Spesso è interiorizzato. Anche la donna più emancipata, più colta, più informata può ritrovarsi, quasi senza accorgersene, a sostenere quel sistema che la penalizza: accettando di “fare un passo indietro” per armonizzare i tempi familiari, caricandosi responsabilità che dovrebbero essere condivise, sentendosi in colpa se mette sé stessa al centro. È un circolo vizioso sottile. Non fatto solo di leggi ingiuste, ma di abitudini, aspettative, silenzi. E questo rende la battaglia ancora più complessa. Se oggi possiamo anche solo porci queste domande, è grazie a chi prima di noi ha avuto il coraggio di rompere schemi e pagare prezzi altissimi. Anna Kuliscioff, teorica del suffragio femminile, quando parlare di voto alle donne era considerato sovversivo. Angelica Balabanoff, instancabile organizzatrice politica e voce internazionalista. Lina Merlin, che con la legge che abolì le case chiuse restituì dignità a migliaia di donne. Pia Locatelli, esponente contemporanea del socialismo e paladina dei diritti delle donne e della salute. Queste donne socialiste non hanno lottato per creare una categoria protetta. Hanno lottato per l’uguaglianza sostanziale. E quell’obiettivo non è ancora pienamente raggiunto. Accanto alle disuguaglianze economiche e professionali, c’è una realtà ancora più drammatica: i femminicidi. Donne uccise perché hanno scelto di essere libere. Perché hanno deciso di interrompere una relazione, perché hanno detto no. Non sono tragedie private: sono il sintomo di una cultura che fatica ad accettare l’autonomia femminile. E poi c’è un’altra regressione, più silenziosa ma altrettanto pericolosa: quella culturale. I social network esasperano il bisogno di apparire, trasformano l’identità in esposizione continua, propongono modelli in cui il valore personale sembra misurarsi in visibilità, consenso immediato, perfezione artificiale. Le giovanissime crescono dentro questa pressione costante. E anche qui, senza accorgercene, rischiamo di alimentare un sistema che ci giudica prima per come appariamo e solo dopo per ciò che siamo. Non è nostalgia del passato, è consapevolezza del presente. E allora noi intendiamo celebrare l’8 marzo come scelta politica che non può ridursi a una ritualità, deve essere una scelta. Scegliere di colmare davvero il divario salariale. Scegliere politiche che sostengano la genitorialità come responsabilità condivisa. Scegliere di riconoscere il lavoro di cura come valore sociale ed economico. Scegliere un’educazione sentimentale che insegni il rispetto e non il possesso. Perché i diritti non sono per sempre e possono arretrare, possono svuotarsi, possono diventare solo formali. E noi non possiamo permetterlo. Alle giovani donne vogliamo augurare questo: Che possiate vivere in una società che non vi faccia sentire “diverse” ma semplicemente persone in ogni ambito. Che possiate ambire a tutto senza dover dimostrare il doppio. Che possiate condividere il lavoro di cura senza darlo per scontato. Che possiate scegliere, sbagliare, ripartire senza sentirvi giudicate. Che possiate pretendere diritti, non favori. Rispetto, non concessioni. Libertà, non paura. Perché io non ho mai pensato di essere diversa da un uomo. E il mio augurio è che un giorno questa convinzione non debba più fare i conti con la realtà. L’8 marzo non è un fiore che appassisce. È un impegno che continua, è la responsabilità di trasformare l’uguaglianza scritta nelle leggi in uguaglianza vissuta ogni giorno.

Michela Barattini, Nadia Campi, Claudia Ferrari, Emma Giambartolomei, Maria Cristina Grandini, Sofia Mehiel.Federazione metropolitana di Bologna

Michela Barattini, Nadia Campi, Claudia Ferrari, Emma Giambartolomei, Maria Cristina Grandini, Sofia Mehiel.

Federazione metropolitana di Bologna


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