La fine della globalizzazione ingenua |
Premessa. Ho condiviso con un amico un vecchio pezzo sui trend globali identificati nel 2000 da un gruppo di lavoro di cui facevo parte. Mi ha risposto: “Caspita tanti sono veramente azzeccati. Mancano solo guerre e Trump. Quello veramente errato è la globalizzazione”. Ha ragione: la fine della globalizzazione ingenua non l’avevamo prevista. Da qui inizia la ricerca della risposta. (https://www.varesenews.it/2022/12/ventanni-salito-sulla-macchina-del-tempo-intervistare-futuro-le-risposte/1533253/).
Maria mette il latte nel carrello, controlla il telefono per un messaggio della scuola, si ferma davanti al banco del pesce e fa un calcolo rapido: “questo mese, lo possiamo prendere fresco ogni due settimane, e alternarlo con quello surgelato”. Piero, nel frattempo, ha aperto la guida TV sull’app: partita alle 20:45, serie su Netflix dopo. Intanto un pop-up lo fa pensare alle vacanze: “Questo è l’anno di Riccione, l’anno prossimo, per i 70 anni, Maldive, finalmente arriva la pensione”.
Sono persone normali. Non pronunceranno mai parole come “litografia EUV”, “fonderie”, “supply chain compromise”. Eppure, da almeno vent’anni, la loro vita quotidiana viene modellata da una sequenza di scene globali: scene che cominciano lontane e finiscono sempre nel luogo più vicino di tutti: la cucina, la bolletta, il lavoro, lo smartphone appeso al collo. Questa è la storia di come siamo arrivati fin qui.
Scena zero. Varese, prima che inizi il racconto.
Prima di volare a New York o a Baghdad, restiamo un attimo qui. Un ragazzo prende l’autobus per andare a scuola. Passa vicino a capannoni e cancelli, risuonano di nomi che in provincia sono quasi naturali: aeronautica, elicotteri, filiera, fornitori di commesse. In certe famiglie, la parola “Leonardo” (ancora spesso Aermacchi) non è un titolo di giornale: è un collega, uno zio, un vicino di casa.
Varese non è solo laghi e montagne. È anche un territorio industriale che, da decenni, produce competenza. E la competenza, nel XXI secolo, è sempre più intrecciata a tecnologia “doppio uso”: civile e militare, soccorso e difesa, avionica e software. Questa è la prima lezione: anche quando ci sembra di stare ai margini, siamo dentro una rete.
Scena 1. 11 settembre 2001: la mattina in cui l’aria cambia densità.
Maria, allora, era una studentessa. Piero era in un altro lavoro. Lo ricordano entrambi perché si ricordano dov’erano: è il tipo di evento che imprime un “fermo immagine” nella memoria collettiva. La televisione accesa in un bar. Le immagini che si ripetono. Le persone che smettono di parlare. Il resto del giorno che sembra una stanza senza finestre. In quel momento succede una cosa che non si vede in diretta, ma è forse la più importante: il mondo cambia filtro. Da quel giorno, l’Occidente comincia a guardare la realtà con una domanda nuova: “Da cosa dobbiamo difenderci?”. La risposta arriva presto: Afghanistan, poi Iraq. E, con le guerre, arriva un altro cambiamento invisibile ma profondo: il senso di emergenza diventa un’abitudine. La politica impara che “sicurezza” è una parola che accelera tutto: decisioni, fondi, poteri, tolleranza per l’eccezione. La globalizzazione non si interrompe. Anzi, per un po’ corre ancora. Ma corre con un rumore di fondo diverso: diffidenza.
E Maria, anni dopo, lo sentirà come un vento che spiffera dalle porte: controlli più stretti, paure più presenti, attentati, un lessico nuovo (“minaccia”, “allerta”, “radicalizzazione”). La società diventa più nervosa, e quando una società è nervosa, anche l’economia cambia carattere.
Scena 2. Enron: quando il “moderno” smette di essere affidabile.
Quasi nello stesso periodo, mentre la parola “terrorismo” occupa le prime pagine, un altro tipo di paura si insinua: quella che riguarda il denaro e la fiducia. Enron. Una storia che sembra appartenere agli addetti ai lavori, e invece è un colpo alla narrativa del tempo.........