Chi narra, non governa, domina. Cosa lega Bossi a Peter Thiel e a Larijani

Tre incontri immaginati tra tre uomini che più diversi non potrebbero essere. Eppure.

A Gemonio l’aria sa di cemento, lago, acqua e menta, polenta e salame. Umberto Bossi arriva per primo, in un nugolo di fumo del suo Garibaldi, il sigaro toscano prediletto. Attorno ci sono i segni di un mondo che non vuole chiedere permesso: i bicchieri pesanti, il dialetto che stringe il territorio nella formula di Roma ladrona, il coltello che affonda nel formaggio, il maiale, il fuoco, il rancore fiscale trasformato in epopea con la voce roca. Qui il potere non ha bisogno di astrarsi: mangia, impreca, nomina il Nord, e così inventa la Padania.

A San Francisco, invece, il potere quasi non tocca terra. Peter Thiel li accoglie in una casa di vetro e silenzio, sopra una collina da cui la baia sembra già un plastico del futuro. I tavoli sono nudi, gli schermi ovunque, le luci algide, il vino scelto con precisione algoritmica. Si parla sottovoce di fine della democrazia, di intelligenza artificiale, di immortalità, di Anticristo, di governi che verranno. Qui il potere mangia con la dieta Paleo: niente cibi processati, mentre calcola meglio di un algoritmo, prevede il prossimo Hitler, investe in bitcoin, e soprattutto pretende di dominare il destino degli altri, a casa loro.

A Teheran, infine, tutto si fa più spesso: i tappeti, le ombre, il tè nero, il pistacchio, i libri allineati, il peso della storia appoggiato ai muri. Ali Larijani, il filosofo in uniforme, ascolta con quella calma che hanno solo gli uomini abituati a pensare e a ordinare nello stesso gesto. Fuori c’è la città dei martiri, delle antenne, dei bazar e dei droni; dentro si cita Kant mentre si misura la distanza di un missile e la tenuta di un regime. Qui il potere non si limita a comandare: si giustifica, si arma di filosofia e scorre nel sangue sacro per generazioni, sopra pozzi di oro nero.

Tre stanze. Tre liturgie. Tre mondi incompatibili. Eppure la stessa intuizione: il potere, per durare, non basta che vinca. Deve raccontare chi siamo, chi è il nemico, e perché la storia dovrebbe andare proprio dalla sua parte.

Nelle stesse ore in cui l’Italia saluta Umberto Bossi, morto a Varese il 19 marzo a 84 anni, torna a galla una verità più grande della cronaca: il potere non vive di sola amministrazione. Ha bisogno di racconto. Ha bisogno di parole che trasformino interessi in destino, paure in........

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