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Le Olimpiadi e il limite di intendere lo sport solo come superamento dei limiti
Gli oppositori delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina vanno dai bombaroli anarchici (che non lanciano più guccinianamente i treni a bomba contro l’ingiustizia, bensì li immobilizzano accanendosi sui cavi dell’alta velocità) al dandy cattolico – non è un insulto, è una constatazione – Camillo Langone. Sbagliano tutti, come sbaglia sul versante opposto, per ingenuità, anche il presidente Mattarella quando fa propria la versione aggiornata del motto olimpico, che dal 2021 suona così: Citius, altius, fortius – communiter (Più veloce, più in alto, più forte – insieme) e invita tutti i paesi del mondo a farne il proprio ideale.
Camillo Langone sbaglia bersaglio nella sua invettiva contro le Olimpiadi
Ma cominciamo dalla pregiata penna del Foglio, che motiva la sua ostilità ai Giochi olimpici citando l’antico vescovo di Milano: «Sant’Ambrogio, che condannasti le Olimpiadi definendole “feste pagane”, affossandole per un millennio e mezzo, temo di essere l’unico cristiano vivente che condivide la tua definizione». Qui l’errore sta nel fatto che le Olimpiadi moderne non c’entrano nulla con quelle antiche. Verosimilmente Ambrogio sarebbe ostile anche a quelle di oggi, ma non a motivo di un dna pagano che non c’è più.
Per le sue Olimpiadi De Coubertin sostituisce il greco col latino, e introduce la famigerata formula Citius, altius, fortius, che avrebbe fatto ribrezzo agli antichi greci. Per loro i giochi erano l’occasione religiosamente suggellata per manifestare l’areté, l’eccellenza naturale in un determinato ambito di cui ogni essere è dotato per volontà degli dèì. Il concetto di areté è inseparabile da quello di physis, cioè di natura: il corridore, il lanciatore, il lottatore, ecc. manifesta la propria natura secondo l’eccellenza che la caratterizza prendendo parte ai giochi. Chi vince è colui che la natura ha dotato dell’areté migliore, ovvero, in termini mitologici, il prediletto degli dèi. La vittoria in gara è l’epifania, la manifestazione di ciò che l’atleta è, della sua natura.
Le Olimpiadi secondo De Coubertin
Con De Coubertin invece trionfa l’idea moderna del superamento dei limiti, dell’inesistenza di una natura che non sia puro deposito di materiali inerti che l’intelligenza umana trasforma in strumenti per il continuo superamento dei limiti precedenti. I muscoli e i sensi sono pura materia che l’atleta modella in vista di risultati sempre migliori. I limiti non rappresentano realtà naturali, non comunicano alcun ordine universale: sono lì solo per stimolare gli esseri umani a superarli. In poche parole: sono gli uomini a darsi la propria natura e a modificarla secondo volontà e possibilità, non sono gli dèi a darla una volta per tutte.
Lo sport inteso come superamento senza fine dei limiti, in conformità all’ideologia moderna, porta all’esasperazione la questione del doping. Nell’antica Grecia il problema non esisteva: si poteva assumere qualunque sostanza senza essere sanzionati. Bisognava solo giurare di non imbrogliare: di non corrompere i giudici o gli altri concorrenti, di non violare le regole, di non avvelenare gli avversari o i loro cavalli, ecc. Ma a tutto ciò che proveniva dalla natura – fossero pure funghi tossici ma dai poteri anfetaminici o il sudore dei vincitori recuperato in vari modi– si poteva fare ricorso, proprio perché naturale.
Con lo sport moderno nasce il divieto di doping, fondato sul principio democratico dell’uguaglianza di opportunità (non ci devono essere privilegiati, tutti devono gareggiare sulla stessa base) e su quello borghese capitalista della disciplina: l’atleta che si allena scrupolosamente e fa sacrifici e rinunce per migliorare le proprie performance, senza cercare scorciatoie nel doping, rappresenta un modello per il lavoratore industriale, che a sua volta deve essere morigerato e serio, refrattario alla dissolutezza alcolica e al vagabondaggio sessuale, che inficiano gravemente la produttività dell’operaio sul posto di lavoro.
Superare i limiti con la tecnologia
Siccome però la filosofia dello sport moderno è, conformemente alla cultura dominante da Francesco Bacone in poi, il superamento senza fine dei limiti, gli sforzi per il miglioramento delle prestazioni si spostano sul livello tecnologico: i materiali a disposizione degli atleti sono sempre più performanti. Gli esempi sono innumerevoli: tute, scarpette, piste, aste, biciclette, sci, ecc. usati oggi sono enormemente più efficienti dei loro predecessori anche solo di 10-20 anni fa.
Soltanto per stare all’atletica leggera, per quanto riguarda le piste si è passati dalla cenere compressa delle Olimpiadi di Roma 1960 al tartan di Città del Messico 1968 al poliuretano a più strati di oggi. Se da ragazzo avessi potuto disporre delle piste su cui si corre oggi, i miei record personali sulle varie distanze del mezzofondo (1.000, 2.000 e 3.000 metri) sarebbero stati inferiori di parecchi secondi a ciò che furono. Nel salto con l’asta si è passati dal frassino al metallo alla fibra di vetro alla fibra di vetro e carbonio. Venendo alle Olimpiadi invernali, la stessa cosa è successa nello sci: dal legno massello si è passati alla fibra di vetro, al titanio, al carbonio, al titanio e carbonio in soluzioni multistrato.
Ma il doping non va bene. Perché?
Nella logica delle Olimpiadi moderne il doping è peccato, invece il miglioramento tecnologico è cosa buona e giusta, perché incarna il progresso, che è appunto, come dice la parola nella sua etimologia dal latino, un andare sempre più avanti, un andare oltre. Il prossimo inevitabile passo sarà costituito dall’integrazione della tecnologia ai concorrenti: prima o poi arriverà l’era degli atleti geneticamente modificati, frutto di una rigorosa selezione di embrioni corredati delle intrinseche qualità di eccellenza per le diverse discipline sportive.
La procreazione umana, lo sappiamo, si sta trasformando in produzione di esseri umani in laboratorio grazie ai progressi delle biotecnologie. E allora perché limitarsi a selezionare il colore degli occhi o quello dei capelli, quando si possono conferire caratteristiche funzionali all’eccellenza sportiva? La piaga del doping scomparirà, perché il doping sarà interiorizzato…
Un appunto a Mattarella
Quasi a esorcizzare un futuro del genere, il Cio ha pensato di smussare il messaggio del suo motto latino aggiungendo la parola “communiter”. Come a dire: sì, vogliamo superare tutti i limiti, ma vogliamo farlo insieme, senza lasciare indietro nessuno, interagendo e collaborando in una competizione virtuosa dove alla fine tutti ci guadagnano. Sergio Mattarella ha mostrato di riconoscersi in questa correzione del messaggio decoubertiano, da estendersi dallo sport alle relazioni internazionali di ogni tipo. Presidente, questo modello è già stato sperimentato, questa strada è già stata battuta: si chiama globalizzazione.
Il risultato? Sì, c’è stata una riduzione della povertà soprattutto in Asia e un aumento generale della speranza di vita alla nascita, ma ci sono stati anche un aumento delle diseguaglianze, un’impennata del degrado ambientale con alti tassi di inquinamento dell’aria e delle acque, deforestazione ed estinzione di migliaia di specie viventi, dumping sociale su scala planetaria, depressione dei salari nei paesi occidentali, fenomeni migratori fuori controllo con annesse reazioni xenofobe nei paesi di destinazione, squilibri geopolitici con corse al riarmo e nuove guerre. Eccetera eccetera. Perché il problema sta nel disconoscimento dei limiti intrinseco al motto, sta nell’hubrys (tracotanza) di cui ci hanno avvertito gli antichi greci: chi non riconosce la natura propria dei viventi e delle cose, e pensa che tutto si possa fare all’insegna del sempre di più, alla fine causa un collasso che danneggia tutti.
Anche gli anarchici credono nel progresso
Non si allontanano dalla logica del citius, altius, fortius i sabotatori della rete ferroviaria italiana in nome della protesta contro i Giochi: la loro critica riguarda l’uso politico delle Olimpiadi a fini di legittimazione dell’ordine costituito, quello che considerano uno spreco di denaro pubblico e la presenza come sponsor di industrie che realizzano profitti passando attraverso danni all’ambiente o commerciando armamenti. Ma questi anarchici continuano a credere nel progresso, possibile se il potere politico, economico e tecnologico cambiasse di mano. La loro violenza si nutre di logica progressista.
Evviva i non vincitori
Ci sarebbe una critica efficace e assolutamente pacifica alla logica della performance eccezionale e all’ossessione per la vittoria che permeano lo sport contemporaneo perché permeano tutta la vita sociale e la sua cultura. È quella che qualche volta si manifestava nelle cronache sportive per il Corriere della Sera a firma di Dino Buzzati. I suoi articoli dedicati non ai vincitori, ma agli ultimi classificati del Giro d’Italia ciclistico e delle Olimpiadi invernali di Innsbruck, ne sono il modello. Scrisse in uno dei suoi pezzi, raccolto in I fuorilegge della montagna:
«Prima che l’Olimpiade invernale chiuda le porte, mi sembra giusto mandare un saluto non già ai vincitori né a coloro che potevano vincere e sono invece stati sconfitti, bensì a quelli che non avrebbero potuto vincere mai e lo sapevano ancor prima di partire dai loro lontanissimi e quasi leggendari paesi. Parlo specialmente dei ragazzi venuti a Innsbruck dalla Corea, dalla Mongolia, dall’India, dalla Persia, dall’Islanda, dal Libano (…). Per loro non c’è mai stato un brivido, non è crepitato un applauso, non si è alzata la bandiera, non è stato suonato l’inno. I loro pittoreschi, misteriosi e spesso bellissimi nomi non sono stati riportati dai giornali perché respinti dal cronometro nell’estrema coda delle troppo lunghe classifiche. Ed essi sapevano che sarebbe stato così ancor prima di imbarcarsi sull’aereo (…). Eppure -ed è giusto che lo sappiate- voi non siete stati inutili. Gli allenamenti, lo studio, gli sforzi, i sacrifici, il lungo viaggio, le mortificazioni, la solitudine di cui è fatta la vostra oscura storia non sono stati buttati via. Anzi l’Olimpiade, senza di voi, non sarebbe stata quella bella e felice cosa che è».
«Prima che l’Olimpiade invernale chiuda le porte, mi sembra giusto mandare un saluto non già ai vincitori né a coloro che potevano vincere e sono invece stati sconfitti, bensì a quelli che non avrebbero potuto vincere mai e lo sapevano ancor prima di partire dai loro lontanissimi e quasi leggendari paesi. Parlo specialmente dei ragazzi venuti a Innsbruck dalla Corea, dalla Mongolia, dall’India, dalla Persia, dall’Islanda, dal Libano (…). Per loro non c’è mai stato un brivido, non è crepitato un applauso, non si è alzata la bandiera, non è stato suonato l’inno. I loro pittoreschi, misteriosi e spesso bellissimi nomi non sono stati riportati dai giornali perché respinti dal cronometro nell’estrema coda delle troppo lunghe classifiche. Ed essi sapevano che sarebbe stato così ancor prima di imbarcarsi sull’aereo (…). Eppure -ed è giusto che lo sappiate- voi non siete stati inutili. Gli allenamenti, lo studio, gli sforzi, i sacrifici, il lungo viaggio, le mortificazioni, la solitudine di cui è fatta la vostra oscura storia non sono stati buttati via. Anzi l’Olimpiade, senza di voi, non sarebbe stata quella bella e felice cosa che è».
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