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Il Pakistan potrebbe presto ritrovarsi in guerra su due fronti
All’ottavo giorno della sua campagna aerea contro le basi di Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp) in Afghanistan e contro i suoi fiancheggiatori locali anche governativi e al settimo giorno dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il Pakistan rischia di trovarsi presto a dover combattere su due fronti.
Il Pakistan avverte l’Iran
Martedì il ministro degli esteri Ishaq Dar ha dovuto ricordare al suo omologo iraniano Abbas Araghchi che dal settembre scorso esiste un patto di mutua difesa fra Pakistan e Arabia Saudita, e se gli attacchi iraniani contro il territorio saudita dovessero continuare Riyadh potrebbe chiedere ad Islamabad di intervenire a norma dell’accordo concluso dal regno all’indomani dei bombardamenti israeliani in Qatar. Dopo quell’incidente, che vide Israele attaccare i negoziatori di Hamas presenti a Doha, non sentendosi più sicuri della protezione offerta dagli accordi di difesa esistenti con gli Stati Uniti, i sauditi avevano in fretta e furia firmato un patto di reciproca difesa col Pakistan.
Islamabad ha condannato l’uccisione dell’ayatollah Khamenei e auspica un cessate il fuoco seguito dalla ripresa delle trattative diplomatiche, ma se dovessero continuare gli attacchi iraniani all’Arabia Saudita potrebbe vedersi costretta a scendere in campo in difesa di quest’ultima. Ishaq Dar ha affermato che la semplice esistenza del patto ha fatto sì che i missili di Teheran contro obiettivi sauditi siano stati meno numerosi di quelli scagliati contro altri paesi arabi del Golfo, ma le cose non stanno proprio così: anche giovedì Riyadh ha fatto sapere di avere intercettato 4 droni e 3 missili da crociera lanciati dagli iraniani contro obiettivi nel suo territorio.
Non cessano i bombardamenti
Nel frattempo non cessano i bombardamenti aerei e di artiglieria pakistani contro il territorio afghano e per reazione i blitz alla frontiera dei miliziani di Ttp fiancheggiati da talebani afghani sia delle forze regolari che indipendenti. La tregua raggiunta nell’ottobre scorso grazie alla mediazione di Arabia Saudita, Qatar e Turchia non ha retto, non essendo i successivi colloqui fra i ministri di Afghanistan e Pakistan approdati a nulla: Islamabad ha continuato a chiedere alle autorità di Kabul di disarmare e reprimere i combattenti di Ttp presenti sul suo territorio (stimati fra i 6 e i 7 mila), queste ultime hanno continuato a rispondere che non esistono basi di Ttp in territorio afghano e che si tratta di un problema interno al Pakistan che deve essere risolto a tale livello.
A far precipitare gli eventi sono state una serie di provocazioni e rappresaglie nel corso del mese di febbraio: il 16 e il 21 febbraio due attentati suicidi hanno causato la morte di 13 soldati e di un bambino in territorio pakistano. Indagini locali hanno attribuito il primo attacco a un afghano affiliato a Ttp e il secondo a un elemento proveniente dal territorio afghano. Lo stesso 21 febbraio l’aviazione pakistana ha martellato tre province afghane di confine dove si trovano basi di Ttp e dello Stato islamico – Provincia di Khorasan, causando secondo le autorità locali decine di vittime civili. Per rappresaglia giovedì 26 formazioni miste di talebani afghani e pakistani hanno attaccato posti di frontiera fra i due paesi, occupandone una dozzina. Il giorno dopo il Pakistan scatenava nuovamente la sua aviazione contro Kabul, Kandahar e la provincia di Paktia. Da allora gli scontri lungo il confine e i bombardamenti non sono mai cessati.
I legami tra talebani e Ttp
Il conflitto attuale è radicato nella tormentata storia della regione. Ttp è sorto nel 2007 fra i pashtun delle province di confine con l’Afghanistan che andavano sotto il nome di Aree tribali sotto amministrazione federale (Fata nell’acronimo inglese). Il suo programma era di rovesciare il governo centrale del Pakistan e introdurre una costituzione perfettamente calcata sulla sharia. I talebani afghani appartengono originariamente allo stesso gruppo etnico entro il quale è sorto Ttp e hanno frequentato le stesse scuole coraniche Deobandi.
In quell’epoca essi combattevano il governo afghano sostenuto dalle truppe della Nato dopo essere stati cacciati dal potere nel novembre 2001 e trovavano riparo in Pakistan grazie alla protezione del governo centrale e dei militari. I pakistani erano convinti che fosse loro interesse favorire il ritorno al potere dei talebani, che avrebbe permesso loro di esercitare una decisiva influenza sul paese, venuta meno con l’ascesa dei politici afghani filo-occidentali. I talebani afghani trovarono ospitalità e protezione soprattutto nelle aree in cui dal 2007 era attivo Ttp. Nel 2014 una grande operazione di controguerriglia delle forze armate pakistane sgominò il Ttp, che si vide costretto a trasferire le sue basi nel vicino Afghanistan (anche se moltissimi suoi combattenti restarono sul suolo pakistano), nelle aree sotto il controllo talebano.
Lì insieme ai seguaci del mullah Omar combatterono le forze della coalizione occidentale, fino alla loro ritirata nell’agosto 2021.
Lo scontro tra Pakistan e Afghanistan
Seguirono negoziati fra Ttp e governo pakistano mediati dal nuovo governo afghano, ma senza risultati dopo un promettente inizio. Ci fu un cessate il fuoco fra le due parti, il rientro di alcune centinaia di combattenti disarmati in Pakistan, la liberazione di altri che erano imprigionati. Ma il negoziato politico presto si bloccò: Ttp pretendeva la separazione fra Fata e Khyber Pakhtunkhwa, che il Pakistan aveva unificato in un’unica provincia nel 2018, e l’introduzione della sharia come unica legge delle rinate Fata. Islamabad non ha mai accettato queste condizioni, e ha iniziato un’escalation verbale contro le autorità di Kabul, colpevoli di non esercitare pressioni su Ttp per farle deporre le armi e rientrare nei ranghi.
Islamabad ha quindi inaugurato politiche ostili all’Afghanistan, a cominciare dalla minaccia di rimpatriare i quattro milioni di afghani che si sono rifugiati in Pakistan in conseguenza delle guerre che hanno sconvolto il loro paese dall’invasione sovietica del 1980 fino al ritorno al potere dei talebani nel 2021. In conseguenza di espulsioni ed esodi volontari per il timore di essere arrestati, due milioni di afghani fra l’ottobre 2023 ed oggi hanno fatto rientro in Afghanistan.
Il ruolo di Imran Khan
Dopo gli scontri dell’ottobre scorso, nonostante l’armistizio e i negoziati in Turchia e Qatar il Pakistan ha chiuso i confini al commercio, di fatto attuando un embargo sulle merci da e per l’Afghanistan. Ciò ha creato scontento nelle popolazioni della provincia di Khyber Pakhtunkhwa (che ha per capitale Peshawar), il cui tenore di vita dipende molto dal commercio con l’Afghanistan.
A ciò si aggiunge il fatto che il partito al governo nella provincia, Tehreek-e-Insaf (il cui leader è l’ex primo ministro Imran Khan, attualmente detenuto a Rawalpindi, condannato per corruzione e reati finanziari), è all’opposizione a livello nazionale, dove comanda una coalizione fra la Lega musulmana e il Partito popolare.
L’iniziale accordo fra Ttp e Pakistan era stato concluso quando a capo del governo nazionale c’era Imran Khan, ed è uno degli atti che oggi gli vengono rimproverati. Per parte sua il governo provinciale di Tehreek—Insaf critica fortemente la campagna militare contro Ttp come inefficace e chiede che le forze di polizia locali siano fornite di armamento migliore e coinvolte direttamente nelle operazioni con ruoli di guida.
La Turchia si è offerta di mediare un nuovo armistizio fra le parti, ma fino a questo momento non ha ricevuto risposta.
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