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Quando la cogestione diventa un’occasione per docenti e studenti
Nella scuola di periferia milanese dove insegno — un istituto in cui convivono un indirizzo tecnico e due liceali — si sono appena concluse le tradizionali tre giornate di cogestione, un’esperienza ormai diffusa nelle scuole superiori. Si tratta di alcuni giorni in cui, in accordo con il Consiglio di Istituto, gli studenti gestiscono la scuola interrompendo il normale andamento delle lezioni e organizzando – anche in collaborazione con i docenti – diverse attività, da tornei sportivi a cineforum, da attività di approfondimento culturale ad altre più spensierate.
Un vero banco di prova per gli studenti, e un grattacapo per la dirigenza e i docenti, preoccupati delle possibili degenerazioni di tanta libertà.
In questo caso, a prendersi la responsabilità dell’organizzazione sono stati i quattro rappresentanti di istituto, chiamati a coordinare circa 650 compagni. Un compito tutt’altro che semplice: in quarta superiore si sono trovati a concordare le attività con i docenti, a costruire un programma capace di offrire spazio a tutti, a gestire le prenotazioni, a organizzare la sorveglianza degli spazi e a prevenire problemi disciplinari, attraverso un lavoro che ha dato frutto passo dopo passo anche se i file Excel con tutti i nominativi — come è giusto che sia — sono arrivati solo la sera prima del debutto.
Non esistono ragazzi cattivi?
Alle sette e mezza del primo giorno erano al bar davanti alla scuola, a guardarsi in faccia e chiedersi come sarebbe andata. Il loro obiettivo era chiaro: offrire anche agli studenti più giovani ciò che loro stessi avevano sperimentato nei primi anni di scuola, quando la cogestione era stata l’occasione per conoscere nuovi compagni e sentirsi parte di una comunità.
Tra le attività proposte, una in particolare ha colpito per la partecipazione: l’incontro con due volontari impegnati in un’associazione che opera all’interno dell’istituto penale minorile Beccaria. Il titolo dell’intervento, volutamente provocatorio, si ispirava a quello del libro di don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayròs: Non esistono ragazzi cattivi?
L’aula magna era gremita. Per due ore gli studenti hanno ascoltato e dialogato con i volontari, entrando nel cuore della complessa realtà del carcere minorile. Le storie dei giovani detenuti e del loro rapporto con i volontari ha mostrato come sia possibile introdurre degli episodi di bene anche in spazi di dolore e disperazione.
«Vado bene così come sono»
La seconda metà dell’incontro è stata segnata da un dialogo intessuto di domande profonde: come si fa a non sentirsi in colpa quando si torna alla propria vita comoda dopo aver incontrato chi vive in carcere? Come si può provare empatia per chi ha sbagliato? Domande che parlavano di un’urgenza reale, e chiedevano risposte vere: nei racconti dei volontari è emerso come l’esperienza del condividere il proprio tempo con chi ha bisogno sia innanzitutto scoperta di sé e del fatto che, imperfetti come siamo, possiamo comunque essere protagonisti di un cambiamento positivo nel mondo.
Molti ragazzi hanno colto in quelle storie qualcosa che riguardava anche loro. Non è raro sentirli dire che la scuola è un carcere: un luogo in cui si è costretti a stare, guardati come numeri e ridotti a una prestazione. Anche tra loro non mancano vuoti affettivi, fragilità, il dubbio di non valere abbastanza, e forse proprio per questo quando viene offerta un’occasione autentica di confronto, emerge con forza la loro umanità alla ricerca di qualcosa per cui vale la pena spendere il proprio tempo e la propria vita.
In tantissimi alla fine hanno chiesto come si può partecipare a esperienze simili. «Io voglio venire con voi perché anche io – diceva una ragazza – voglio sentire che vado bene così come sono».
Nelle ore successive si è svolto anche un incontro sul Referendum, di alto livello vista la presenza tra i relatori di un avvocato titolare di un importante studio legale e di un magistrato, moderati da uno dei rappresentanti, diciottenne. Ci ostiniamo a considerarli una generazione fallita, ma quanti di noi avrebbero osato, diciottenni, guidare un dibattito su un tema così complesso e delicato? Anche in questo caso la partecipazione ha sorpreso gli ospiti: moltissime ragazze tra il pubblico, molte delle quali di origine non italiana. Se ci ricordiamo, come ha sottolineato uno dei relatori, che le donne sono entrate in magistratura solo negli anni Sessanta, e che molte di loro non hanno ancora diritto alla cittadinanza, è impressionante pensare che queste studentesse hanno dedicato due ore del loro tempo libero, di una giornata che potevano passare a fare attività certamente più divertenti come Just dance o il Karaoke, a informarsi e a ragionare per diventare cittadine più consapevoli.
Occasioni per essere veri
Le ultime ore della cogestione hanno avuto un tono più leggero, marcato dal cultural day, con esibizioni legate alle diverse culture presenti nella scuola. Sarebbe molto facile liquidare le attività meno intellettuali a occasioni superficiali o perdite di tempo. E forse in molti casi lo sono stati. Ma che libertà di sguardo serve, invece, per dire, come una mia collega alla quale mancano tre mesi di scuola per andare in pensione: “Che bello vederli, ogni tanto, sorridere!”.
Spesso siamo proprio noi adulti a parlare dei ragazzi come fragili, insufficienti, limitati. Analizziamo, giudichiamo, e talvolta arriviamo a concludere che non abbiano grandi potenzialità, oppure decidiamo noi in quali ambiti possano esprimerle.
Eppure, esperienze come queste suggeriscono altro: quando intercettano qualcosa che li affascina davvero, i ragazzi sono capaci di impegnarsi, di assumersi responsabilità, di dedicare tempo ed energie, rompendo quel muro di indifferenza e di cinismo che spesso gli adulti stessi contribuiscono a costruire. Quando ci sono occasioni per essere veri, e noi adulti abbiamo il compito di presentarle, loro dicono di sì. Non sempre, non tutti. Ma, e serve tutta la pazienza per rispettare tempi che non sono nostri, qualcuno che alza la testa c’è.
Lunedì si è tornati alla routine: e tra una lezione e l’altra e le verifiche incombenti, agli studenti resta il compito arduo e bellissimo di cercare cosa, nella vita, faccia sussultare il cuore. La scoperta di questi giorni è, a volte, può capitare anche a scuola.
La sfida è aperta anche per chi insegna: che tipo di docenti vogliamo essere? Siamo disposti a lasciarci stupire dai nostri studenti, dalle loro domande, dal loro modo di essere? Ci limitiamo a criticare i loro tentativi — talvolta imperfetti, ma alzi la mano chi può vantarsi di avere un metodo infallibile — di cercare la felicità, o ci interessa proporre esperienze che facciano brillare gli occhi, a noi e a loro?
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