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Trapianti in Palestina? Grazie alla Lombardia si può

Questa settimana sono stato invitato da Michele Brait, direttore generale dell’Irccs San Gerardo, a un incontro presso l’ospedale di Monza con un gruppo di medici e infermieri palestinesi che stavano completando lì un tirocinio formativo. L’iniziativa si inserisce in un progetto promosso dal San Gerardo insieme alla Ong Soleterre per consentire all’Istishari Arab Hospital di Ramallah, in Cisgiordania, di diventare il primo centro palestinese in grado di realizzare trapianti di cellule staminali su bambini e adulti affetti da patologie ematologiche o oncologiche.

Oggi questi pazienti devono, se e quando possono, uscire dalla Palestina per curarsi in Giordania, in Egitto o in Israele, ma quest’ultimo, a causa della situazione politico-militare, non riceve più pazienti palestinesi. Rendere la Palestina autonoma su questo tipo di trapianti significa dunque salvare la vita a tanti bambini – e non solo – che altrimenti non avrebbero accesso a cure adeguate.

Mi ha colpito molto questo progetto. Anzitutto perché è nato dal basso: dall’incontro tra una realtà come Soleterre, già impegnata in progetti di assistenza sanitaria in Palestina, in Uganda e in altri Paesi attraversati da gravi crisi umanitarie, e la dottoressa Marta Verna, medico ematologo del San Gerardo. Nonostante mi sia parsa ancora molto giovane, da anni porta le nostre competenze in materia di trapianti nei contesti più critici: dall’Uganda al Kurdistan, dal Paraguay all’Iraq, con uno spirito e una verve impressionanti. La sua motivazione me l’ha sintetizzata così: «Noi uomini e donne siamo tutti uguali, quindi tutti dovrebbero avere accesso alle stesse cure».

Un’affermazione tanto semplice quanto rivoluzionaria, soprattutto quando si tratta di rendere possibile e sicuro un trapianto in un ospedale ugandese o iracheno. Proprio da queste esperienze è nato un metodo: una checklist di precondizioni necessarie, una visita per verificarne l’effettiva sussistenza, un periodo di formazione in Italia per i medici del Paese interessato, la presenza dei nostri specialisti in loco e, infine, una fase di accompagnamento a distanza per renderli pienamente autonomi.

Ancora più interessante è vedere quanti soggetti siano stati coinvolti per rendere possibile il progetto: non solo l’Irccs monzese e l’ospedale palestinese in grado di garantire le precondizioni richieste – i cui responsabili ho potuto incontrare a Monza – ma anche tre fondazioni no profit, a cominciare dalla Fondazione Maria Letizia Verga, attive nel contesto del San Gerardo. Genitori che hanno vissuto esperienze analoghe qui da noi si sono immedesimati nei genitori palestinesi e si sono messi in moto per aiutarli, rendendo possibile ciò che poteva sembrare un miracolo.

Una speranza concreta

Hanno contribuito anche l’ospedale San Camillo di Roma, un ulteriore ospedale a Nuoro, i colleghi chiamati a sostituire i medici impegnati nella formazione in Palestina, i donatori che hanno sostenuto il progetto e le istituzioni lombarde e palestinesi.

A maggio inizieranno in Palestina la selezione dei pazienti eleggibili e la formazione sul campo; in autunno sono previsti i primi trapianti; nell’arco di tre anni la struttura dovrebbe raggiungere la piena autonomia.

Quello che poteva sembrare impossibile, grazie alla tenacia di alcune donne e uomini e al lavoro di una squadra nata dal basso e oggi sostenuta, in ottica sussidiaria, dalle istituzioni, diventerà realtà. Che ciò accada grazie all’iniziativa e all’impegno di realtà lombarde mi riempie di ammirazione e orgoglio, soprattutto perché avverrà in un territorio dove, alle già drammatiche condizioni umanitarie, si aggiungono ogni anno oltre 5.000 nuovi casi oncologici.

Per un numero significativo di questi pazienti, oggi, si apre finalmente una speranza concreta di guarigione.

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