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Tentar (un giudizio) non nuoce
Parlare con il lupo. Il rischio della guerra infinita
C’è una difficoltà oggi di cui si parla poco, e che invece attraversa in profondità il nostro tempo. È la difficoltà della pace. Non della pace come parola, ma della pace come prospettiva politica, come orizzonte da costruire e da rendere credibile.
Lo racconto a partire da un episodio.
Questa settimana ho partecipato a Milano a un convegno promosso dalle rappresentanze delle istituzioni europee, Commissione e Parlamento, dedicato all’Ucraina. Un momento necessario, anche solo per contrastare una distrazione crescente dell’opinione pubblica internazionale, oggi assorbita da altri conflitti, da altre tensioni, da altre emergenze che rischiano di oscurare quanto sta accadendo da oltre due anni nel cuore dell’Europa.
Era un convegno giusto. Un convegno utile. Un convegno che aveva l’obiettivo di rafforzare il sostegno all’Ucraina e dare voce alle realtà associative, alle comunità ucraine, a chi ogni giorno lavora per mantenere viva l’attenzione su una guerra che non può essere normalizzata.
E tuttavia, dentro questo contesto, ciò che mi ha colpito di più è stato il clima.
Un clima diffuso, quasi un senso comune, per cui alla oggettiva e ingiusta aggressione subita dall’Ucraina si risponde giustamente con il riconoscimento di una lotta legittima, doverosa, per la libertà, per l’indipendenza, per la difesa della propria sovranità. Tutto questo è vero. Tutto questo è giusto.
Ma come se questa fosse anche la prospettiva ultima.
Come se, proprio perché giusta, questa guerra dovesse essere portata fino in fondo, fino alla vittoria finale. Come se non esistesse, o non fosse più necessario, un altro orizzonte.
Durante il mio intervento ho raccontato ciò che, come Regione Lombardia, stiamo facendo concretamente. Il rapporto con la regione di Zaporizhzhia, i progetti umanitari, l’invio di centinaia di letti ospedalieri, di mezzi di trasporto, di autobus che, come mi raccontava il governatore venuto a Milano pochi giorni fa, sono diventati in inverno rifugi caldi per gli sfollati colpiti dai droni e dai missili russi.
Ma proprio mentre raccontavo queste iniziative, mi sono accorto di una preoccupazione che cresceva.
Mi ha colpito una sorta di epica della guerra che affiorava nel modo di raccontare e di pensare il conflitto. Non la guerra “bella”, sarebbe una caricatura ingiusta dirlo, ma una rappresentazione che rischia di trasformare la guerra in destino, in orizzonte inevitabile, in unico esito possibile.
Mi è venuto in mente, forse in modo un po’ provocatorio ma utile a capire, il clima dei fumetti di guerra degli anni Settanta, quell’immaginario eroico che rendeva la guerra qualcosa di affascinante, quasi necessario.
Il punto non è questo. Il punto è un altro.
Il rischio è che la sacrosanta difesa della libertà arrivi fino a cancellare la necessità di parlare con il nemico.
Che si affermi l’idea che, proprio perché la guerra è giusta, non debba finire se non con la vittoria totale. E che quindi ogni forma di interlocuzione venga percepita come un cedimento.
È un atteggiamento che si coglie, comprensibilmente, in molti ucraini. Ed è un atteggiamento che merita rispetto. Perché quel popolo sta difendendo non solo sé stesso, ma principi in cui tutti ci riconosciamo. La democrazia, lo stato di diritto, la libertà.
E tuttavia, proprio per questo, non può essere dimenticato un punto decisivo.
Se si vuole dare spazio alla pace, bisogna accettare l’idea di parlare con il nemico.
L’esempio di san Francesco
Durante il convegno ho richiamato una figura che appartiene alla nostra tradizione più profonda, san Francesco. Nell’ottocentesimo anniversario della sua morte, ho ricordato l’episodio del lupo di Gubbio.
Una città terrorizzata, incapace di difendersi da un lupo che aggredisce e uccide. E Francesco che, chiamato a risolvere il problema, non organizza una battuta di caccia. Non alza un muro. Non invoca la distruzione del nemico.
Il lupo ringhia, aggredisce, ma poi si ferma. E nella leggenda spiega che è la fame a spingerlo. Francesco allora costruisce un patto. Chiede alla città di nutrire il lupo, e al lupo di non aggredire più. E quel patto regge, fino a trasformare una minaccia in una relazione, fintanto che quando muore dopo due anni, la cittadinanza si rattrista.
Fuori dalla metafora, il messaggio è chiaro.
Se si nega in radice la possibilità di interlocuzione, se il nemico viene delegittimato al punto da non essere più considerato degno di parola, allora la diplomazia diventa impossibile. E resta una sola forma di relazione, quella della violenza.
So bene che oggi prevale un’altra idea. Che Putin e la Russia siano talmente delegittimati da dover essere esclusi da ogni spazio di relazione internazionale.
È una posizione comprensibile. Ma è anche una posizione pericolosa.
Perché chiudere ogni ponte, interrompere ogni legame, significa esattamente impedire la strada che può portare alla fine del conflitto.
La forza del negoziato
La diplomazia non è resa. Non è giustificazione. Non è cancellazione delle responsabilità.
La diplomazia è la condizione necessaria per arrivare a una soluzione.
Non significa mettere sullo stesso piano aggressore e aggredito. Non significa dimenticare i crimini. Non significa rinunciare alla giustizia.
Significa riconoscere che senza un’interlocuzione, senza un negoziato, la guerra non finisce.
E c’è un rischio ancora più profondo.
Che nella chiusura totale, nella negazione dell’altro, anche chi difende la libertà finisca per assomigliare a ciò che combatte. Perché quando l’altro non è più riconosciuto come interlocutore, ma solo come nemico assoluto, l’unico linguaggio che resta è quello della forza.
E in quel momento, paradossalmente, è l’aggressore a vincere davvero. Per questo è necessario parlare con il lupo: per non diventare come lui.
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