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Tentar (un giudizio) non nuoce

Medio Oriente. Quando l’impensabile diventa plausibile

La guerra in Medio Oriente è scoppiata. E questo dato, che fino a poche settimane fa apparteneva ancora al campo delle ipotesi, oggi è un fatto con cui dobbiamo misurarci.

Dunque, negli Stati Uniti, quando si decise di cambiare il nome del “Ministero della Difesa” in “Ministero della Guerra”, non si trattava soltanto di un cambio di targa sulla porta. Non era un gesto nominalistico. Era il segno di una cultura politica che voleva affermare l’idea che la forza militare potesse tornare a essere lo strumento ordinario di dominio o di risoluzione delle controversie internazionali.

Con l’attacco all’Iran si è aperta una fase nuova. Nella notte tra venerdì e sabato si è avviata un’escalation che nel giro di pochi giorni ha coinvolto territori sempre più vasti. La reazione iraniana ha colpito diversi Paesi arabi ritenuti vicini agli Stati Uniti, dagli Emirati Arabi, all’Oman, dal Qatar al Bahrein fino all’Arabia Saudita. Missili israeliani hanno colpito il Libano, missili iraniani la comunità cristiana caldea a Erbil, in Iraq, l’Azerbaigian, ma anche basi militari a Cipro, cioè in Europa; altri hanno sorvolato territori già fragili, come la Siria, o al contrario pericolosamente forti come la Turchia e la tensione si è estesa a tutto il quadrante mediorientale.

Si muovono flotte militari, si rafforzano le basi, si preparano sistemi di difesa. Una portaerei francese è stata indirizzata verso il Mediterraneo per contribuire alla sicurezza europea, una nave da guerra iraniana è stata affondata dagli americani al largo dello Sri Lanka, una petroliera Usa colpita è in fiamme nello stretto di Ormuz, mentre diversi Paesi stanno rafforzando la propria presenza militare nell’area.

Il rischio di una estensione del conflitto non può essere ignorato, anzi nei fatti è già in corso.

Il limite che si è spostato

Il punto più significativo che voglio sottolineare oggi riguarda un altro aspetto. Chi avrebbe immaginato, anche solo poche settimane fa, che avremmo parlato con questa naturalezza di scenari di questo tipo? Navi militari coinvolte in scontri lungo le grandi rotte internazionali, missili che attraversano spazi aerei sensibili e colpiscono dove nessuno avrebbe pensato, forze armate europee in stato di allerta.

Non è solo la possibilità della guerra a cambiare. Sta cambiando anche la percezione che ne abbiamo. Ciò che fino a ieri appariva impensabile comincia a sembrare plausibile. Il limite entro cui la nostra coscienza morale colloca l’ammissibile si sposta lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo.

È un fenomeno che la storia ha già conosciuto. Hannah Arendt, riflettendo sulle tragedie del Novecento, parlò della “banalità del male”. Non nel senso che il male sia piccolo o irrilevante, ma nel senso che può diventare normale quando gli uomini smettono di interrogarsi su ciò che accade e si limitano ad accettarlo come un dato di fatto. Il male diventa banale quando non suscita più interrogativi.

Il rischio che stiamo vivendo oggi non riguarda soltanto l’evoluzione militare del conflitto. Riguarda anche questa progressiva familiarità con scenari che fino a poco tempo fa avremmo giudicato inconcepibili. Quando papa Francesco parlava di “Terza Guerra mondiale a pezzi” sembrava una iperbole eccessiva. Ma oggi è ancora così?

La profezia della pace

La storia insegna che le guerre raramente vengono pensate nella loro intera evoluzione. Più spesso nascono come eventi circoscritti che innescano una concatenazione di azioni e reazioni. Ogni passaggio produce conseguenze nuove, spesso non previste e non desiderate, fino a quando la dinamica complessiva sfugge alla volontà dei suoi stessi protagonisti.

Per questo, accanto alla necessaria azione diplomatica e politica, resta un compito che riguarda anche le società e le loro coscienze civili. Custodire il senso del limite. Perché quando l’impensabile diventa plausibile, la storia entra sempre in una fase pericolosa.

Per questo dobbiamo mantenere la coscienza vigile e non assuefarci alla banalità del male che anestetizza la nostra capacità di reazione morale. Ci restino almeno la coscienza e la parola per mettere in moto la profezia della pace!

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