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Superare il corporativismo giudiziario: le ragioni del sì al referendum

L’ingiustizia della giustizia giudiziaria è una metastasi la cui causa patogena risiede nella geometria della magistratura.

Giudici e pm siedono in uno stesso Csm, gestendo le promozioni gli uni degli altri. Gli uni, i giudici, si occupano di giudicare in modo terzo, imparziale e neutrale (o così dovrebbero). Gli altri, i pm, curano le indagini con la polizia giudiziaria, archiviano o rinviano a giudizio gli indagati, chiedono la condanna o l’assoluzione degli imputati. A decidere sull’avanzamento di carriera e stipendiale dei giudici ci sono anche i pm – e viceversa – in un Csm monolitico, votato per correnti seguendo logiche parallele alla partitocrazia. Con il disvelamento delle chat di Palamara, mera punta dell’iceberg, la magistratura è sempre più avvertita come neocorporativa, autoreferenziale, poco garante della sicurezza e talvolta manipolatrice della legge in funzione anti-governativa.

I magistrati dovrebbero essere ed apparire non piegabili alle ideologie delle proprie correnti, né al timore reverenziale verso i capicorrente, grazie ai quali essi ottengono incarichi in tribunali o procure. Non a caso il ministro Carlo Nordio ha dichiarato che «la credibilità della magistratura non è minata dalla riforma ma dalle conseguenze del correntismo esasperato».

L’attuale ingegneria del Csm è davvero bizzarra: crocevia di parlamentarismi paralleli, con la corrente Magistratura democratica sempre pronta ad ergersi a paladina politica; ma anche perno di boicottaggi interpretativi sulle decisioni di esecutivi non amici in tema di immigrazione, sicurezza e bioetica. Persino giudice disciplinare che, con sezione dedicata, tra il 2017 e il 2025 ha condotto 93 azioni a carico di magistrati per un totale di 10 sanzioni effettivamente erogate, ossia 9 censure e 1 trasferimento. Ma la malagiustizia registra numeri sproporzionatamente superiori: 6.485 sono le persone risarcite per ingiusta detenzione, e nel 2024 lo Stato ha speso 26,9 milioni di euro per errori giudiziari. Dal 2018 al 2024 i risarcimenti hanno superato i 220 milioni di euro. Sono fatti, non opinioni.

Dopo l’avvento del processo accusatorio nel 1989, i pm sono una parte – seppur pubblica – nel processo penale. Se la Costituzione prevede che la parte di pubblica accusa (per definizione non neutrale) stia nella stessa carriera di chi giudica l’accusato, per non snaturare la neutralità del giudice occorre modificare il testo costituzionale. Lo ha fatto la maggioranza parlamentare su iniziativa del governo Meloni, con la riforma di separazione delle carriere, e a breve l’ultima parola spetta agli italiani al referendum di marzo.

Sorteggio e Alta corte disciplinare

Oltre ogni ragionevole dubbio, la separazione delle carriere con due distinti Csm, la sorteggiabilità dei membri di essi con il conseguente superamento del potere del correntismo, che fa da ponte tra l’Anm e l’attuale Csm, assicurerebbero una garanzia in più. Nei processi in cui si decide sulla libertà personale o sulla sudata proprietà di persone e famiglie, è meglio avere una garanzia in più che una in meno. L’attuale magistratura è come un edificio pericolante in cui chiunque può imbattersi, anche per errore. I cittadini devono invece sentirsi sereni sul fatto che i giudici siano costituzionalmente separati, nei loro interessi di carriera, dalle simpatie o antipatie di corrente a cui appartiene la pubblica accusa.

Con la sorteggiabilità dei due Csm la riforma realizzerebbe quella serenità. Istituirebbe anche una Alta corte disciplinare, terza rispetto ai due Csm dediti alle promozioni di carriera. Gli esiti dei giudizi disciplinari inevitabilmente influenzano i presupposti di risarcibilità degli errori giudiziari, e l’equità di tali esiti assicurerebbe una più giusta riparazione dei danni ingiustamente subiti dai cittadini.

La questione della giustizia è una questione morale, prima ancora che politica e giuridica. Il moralismo immorale di chi invece vuole lasciare intatta la Costituzione, ad ogni costo, si dimostra reazionario di fronte al vero bene comune.

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