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Reportage dalla Cisgiordania. «I cristiani potrebbero sparire dalla Terra Santa»
Leone Grotti si trova in Israele. Chi volesse sostenere il reportage di Tempi, può aiutarci con una donazione al Fondo più Tempi.
Rony Tabash è in piedi davanti al suo negozio di articoli religiosi. Guarda davanti a sé in direzione di Piazza della mangiatoia. Con la Quaresima che si avvicina, Betlemme e la Basilica della Natività dovrebbero essere affollate da migliaia di turisti. Invece la piazza è vuota. Solo qualche sparuto gruppetto di fedeli china la testa per entrare dalla porta dell’umiltà, il passaggio basso e stretto che dà accesso alla chiesa, e visitare il luogo dove, secondo la tradizione, è nato Gesù. I poliziotti palestinesi si aggirano di fronte all’ingresso inoperosi, fumando sigarette e scacciando i colombi immacolati che beccano tra le pietre qualcosa da mangiare. «Ecco cos’è la guerra», dichiara sconsolato Rony a Tempi: «Essere nel luogo più importante del mondo e vederlo vuoto. Il posto dove Dio è nato oggi è un deserto».
Il negozio di Rony è aperto da generazioni e lui si definisce orgogliosamente il “sindaco della piazza”. Il giovane commerciante è un istrione, un trascinatore, mostra i crocifissi e i presepi intagliati dagli artigiani nel legno di ulivo. Una delle opere, meno tradizionale delle altre, raffigura la mangiatoia divisa dai pastorelli da un imponente muro di separazione, quello lungo oltre 700 chilometri che Israele ha costruito a partire dal 2002 per creare una barriera fisica con la Cisgiordania. Per ogni manufatto c’è una storia da raccontare. Solo che non c’è nessuno o quasi ad ascoltarla.
«Andare avanti così è dura»
Anche la Via della Stella, quella che si snoda lungo la direzione che, secondo la tradizione, i re magi hanno percorso per arrivare alla mangiatoia, è desolata. Gli imponenti portoni in ferro colorato – giallo, viola, blu, turchese – sono tutti sbarrati e chiusi da grossi lucchetti.
I pochi commercianti che tengono aperto attendono sulla soglia l’arrivo di qualcuno che voglia acquistare i loro tappeti e gioielli, lo shawarma cotto alla brace, anacardi e noccioline, succo di melograno e cianfrusaglie varie. Ma i turisti non ci sono e per la strada si vedono solo i musulmani che escono dopo la preghiera del venerdì dalla moschea antistante alla Basilica.
«L’85 per cento della popolazione a Betlemme lavora con i pellegrini», continua Rony. «Adesso la guerra non c’è, eppure la gente non torna. Per scendere alla Grotta della natività in questo periodo, normalmente, bisognava aspettare anche un’ora in coda. Ora ci vuole meno di un minuto. Andare avanti così è dura».
«Mille se ne sono già andati»
Betlemme è una delle città della Cisgiordania che ha sofferto di più a causa del conflitto a Gaza, scatenato da Israele dopo la terribile strage del 7 ottobre perpetrata da Hamas. Qui nessuno vuole parlare di politica, ma le decisioni prese dal governo di Tel Aviv pesano come un macigno.
Secondo la Camera di commercio locale, le perdite dovute alla mancanza di pellegrini superano il miliardo di dollari. La disoccupazione è passata dal 14 al 65 per cento, anche perché a partire dal 7 ottobre Israele ha revocato il permesso di entrare per lavorare a circa 100 mila palestinesi. Anche i dipendenti governativi si sono visti dimezzare lo stipendio, dal momento che Tel Aviv, in violazione degli accordi di Oslo, in dieci mesi ha bloccato il trasferimento di 4,4 miliardi di dollari di tasse raccolte per conto di Ramallah all’Autorità palestinese.
Israele la accusa di utilizzare i fondi per mantenere le famiglie dei terroristi che compiono attacchi contro lo Stato ebraico (il noto programma “pay for slay”), Ramallah giura di avere interrotto il programma e di non essere più in grado di sostenere la crisi.
«Israele sta spingendo la Palestina sull’orlo del collasso, sta trasformando la Cisgiordania in una mini-Gaza», si infervora Lucy Talgieh, vicesindaco cattolico di Betlemme. «Presto i cristiani potrebbero sparire dalla Terra Santa: in Cisgiordania siamo ormai l’1 per cento. Qui nel governatorato di Betlemme eravamo diecimila, ma negli ultimi anni mille se ne sono già andati». Lo sconforto è grande, tanto che in città circola una battuta amara: in fondo, il primo a fuggire da Betlemme è stato Gesù. Se tanti cristiani però restano aggrappati alla Terra Santa come gli ulivi abbarbicati alle colline «è per il sostegno della Chiesa», continua Talgieh parlando a Tempi.
Mai stati a Gerusalemme
E non si tratta di un discorso puramente economico. A poca distanza dal municipio, su uno dei punti più elevati dell’altura su cui sorge Betlemme, a soli 10 chilometri a sud di Gerusalemme, affacciata su uno dei 22 insediamenti israeliani che accerchiano il governatorato palestinese, sorge la scuola più antica di tutto il Medio Oriente. Il Terra Santa College, fondato dai frati francescani nel 1598, è una struttura imponente e curatissima, in continua espansione, che accoglie più di 1.200 studenti: metà cristiani e metà musulmani. «Anche le famiglie di fede islamica vogliono mandare qui i propri figli perché sanno che l’educazione che offriamo è ottima e perché teniamo le rette basse», racconta a Tempi il direttore dell’istituto, fra George Haddad, accogliendoci nel suo ufficio. «La nostra missione è dare la migliore istruzione a questi ragazzi perché possano avere un futuro in questa terra. Purtroppo, non riusciamo ad accogliere tutti: ogni anno dobbiamo rifiutare per mancanza di spazio circa cento potenziali iscritti. Ecco perché vorremmo allargarci».
Il Terra Santa College è una vera scuola di pace, dove cristiani e musulmani imparano a vivere insieme nella quotidianità di tutti i giorni. «Durante la guerra a Gaza, le scuole pubbliche erano spesso chiuse. Noi invece non ci siamo mai fermati e abbiamo affrontato il tema del conflitto insieme ai ragazzi». Il frate palestinese è nato a Nazareth, ma è cresciuto a Jenin, in Cisgiordania, e ha deciso di indossare il saio dopo gli studi di ingegneria. Insegnare ai giovani a non odiare non è semplice: «La maggior parte dei nostri ragazzi non conosce Israele, non è mai stata neanche a Gerusalemme perché ottenere un permesso per visitarla è molto difficile. Com’è possibile conoscere l’altro se non puoi neanche entrarci in dialogo?».
«Tornate in Terra Santa»
La scuola non è solo un motore di speranza per centinaia di ragazzi – preparandoli al meglio all’esame di maturità che permette l’accesso alle principali università palestinesi e offrendo la possibilità di imparare i principali percorsi professionali -, è anche una fonte di sostegno fondamentale in un momento critico per le famiglie dei suoi 100 insegnanti e inservienti. «La nostra missione è costruire ogni giorno il futuro di questa terra, educando i giovani. Ma non potremmo farcela da soli». Fondamentale è l’aiuto di un’organizzazione come Pro Terra Sancta (Pts), che con le donazioni ricevute ha permesso la costruzione delle aule di informatica, la copertura delle rette per le famiglie che non potevano più pagare a causa della crisi e il rinnovamento (in corso) delle finestre della scuola che risalgono agli anni Sessanta.
È grazie a opere come il Terra Santa College o all’Hogar Nino Dios, sempre sostenuto da Pts, dove le suore del Verbo Incarnato si prendono cura del mistero del dolore innocente accudendo i bambini con disabilità che spesso le famiglie abbandonano, che i palestinesi della Cisgiordania e in particolare i cristiani trovano il coraggio di andare avanti nonostante le difficoltà. «Anch’io potevo andarmene tanti anni fa», sottolinea il vicesindaco di Betlemme, Talgieh. «Ma sono rimasta perché sono convinta che noi cristiani qui abbiamo una missione. Gesù è nato in questa città e anche noi, come lui, ci stiamo caricando la croce sulle spalle. Anche nostro Signore, però, è stato aiutato a portarla. Ecco perché diciamo a tutti i cristiani del mondo: non abbiate paura, tornate in Terra Santa».
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