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La guerra in Iran è un vicolo cieco per Trump
Aggiornare l’elenco delle risposte dell’amministrazione Usa alla domanda «Quanto andrà avanti la guerra in Iran?» è sempre più difficile. Mentre Donald Trump affermava che «finirà molto presto», il ministro della Difesa Pete Hegseth ribadiva che l’Operazione Furia Epica «è solo all’inizio». Appena pochi giorni fa, Washington spiegava che il conflitto «durerà dalle quattro alle sei settimane», per poi precisare però che «siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia».
Non è un problema di schizofrenia. La guerra finirà quando gli Stati Uniti avranno vinto, il punto è che cosa Trump può concretamente vendere come “vittoria” per non perdere la faccia davanti al suo elettorato alla vigilia delle cruciali elezioni di midterm (si vota a novembre).
E se la guerra in Iran rischia di diventare un vicolo cieco per il tycoon è perché il regime islamico di Teheran è stato finora molto abile ad aumentare a dismisura i costi politici del conflitto.
Bombardare l’Iran non basta
Quando il presidente americano ha dichiarato che in Iran «non c’è più niente da bombardare» non aveva poi tutti i torti: i siti nucleari erano già stati colpiti l’anno scorso durante la guerra dei 12 giorni di giugno con le bombe più potenti a disposizione degli Usa, la maggior parte delle piattaforme lanciamissili sono state distrutte, tanto che gli attacchi iraniani sono diminuiti del 90% rispetto al primo giorno di guerra (Teheran riesce comunque a lanciare 40 missili e 60 droni al giorno, più che sufficienti per terremotare tutti i paesi del Golfo).
La Guida suprema Ali Khamenei è stata uccisa, la Marina iraniana quasi obliterata (ma i Guardiani della rivoluzione dispongono ancora di circa seimila mine navali), le difese aeree di Teheran non esistono più. Insomma, Usa e Israele hanno dispiegato tutta la loro potenza militare e hanno surclassato il nemico come previsto.
Ma non è (solo) questo che volevano Washington e Tel Aviv. L’unico modo per neutralizzare una volta per tutte la minaccia iraniana, infatti, è abbattere il regime degli ayatollah e sostituirlo con un altro che non abbia come obiettivo la distruzione del grande e del piccolo “Satana” (Usa e Israele), magari attraverso una rete di attori regionali.
Il regime islamico è saldo
Trump si è convinto che il “regime change” fosse alla portata degli Stati Uniti o che a Teheran si sarebbe trovata una “Delcy Rodriguez iraniana” per ripetere in Medio Oriente l’operazione lampo perfettamente riuscita in Venezuela.
Ma l’Iran non è il Venezuela e le bombe non sono sufficienti a smantellare un sistema repressivo avanzato come quello dei Guardiani della Rivoluzione, che sono ancora perfettamente in grado di terrorizzare la popolazione. Non è un caso se dopo le proteste di gennaio, soffocate nel sangue dal regime, nessuno in Iran ha avuto il coraggio di scendere in piazza.
Ucciso Khamenei, il regime islamico ha puntato a sopravvivere, mutando forma, nominando come nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, anche se non è mai stato neanche vicino a diventare un ayatollah, aggiornando rapidamente il suo curriculum, e il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, guidato dall’estremista Ali Larijani, ha oscurato di fatto i poteri del presidente Masoud Pezeshkian, che è sempre più ininfluente.
Secondo l’intelligence americana, come riportato da Reuters, la strategia ha funzionato perché il regime di Teheran è più saldo che mai al comando del paese.
Le “vittorie” dell’Iran
L’Iran può anche rivendicare alcune piccole “vittorie”: non è soltanto riuscito a infliggere 11 vittime agli Stati Uniti – poche ma pesanti – bersagliando tutte le basi americane nel Golfo, ma ha concentrato i suoi attacchi contro i paesi arabi, perché fossero loro a fare pressione su Trump per porre fine a questo conflitto.
Infine, sapendo quanto sia importante per il tycoon e per gli americani l’economia, ha bloccato lo Stretto di Hormuz, minandolo e colpendo con missili e droni le petroliere che rischiavano il passaggio nonostante la guerra, facendo schizzare il prezzo del petrolio (oltre i 100 dollari), del gas e mandando in fibrillazione i mercati.
Riaprire lo Stretto di Hormuz
Ora Trump ha bisogno di una via d’uscita per non rimanere invischiato in un’altra «stupida guerra», per usare un’espressione del tycoon al tempo della campagna elettorale. Se, come pare, non otterrà la resa del governo iraniano né il regime change, potrebbe forse vendere come vittoria oltre alla significativa distruzione del materiale bellico iraniano la riapertura dello Stretto di Hormuz alla libera navigazione.
Ma non sarà così semplice. Il regime potrebbe rendere difficile la navigazione dello Stretto anche una volta terminato il conflitto (anche se così facendo si attirerebbe le ire dei paesi del Golfo) e un’eventuale operazione occidentale di protezione dei mercantili risulterebbe costosa e pericolosa. Bastano una manciata di droni, infatti, o qualche mina posizionata da pescherecci per indurre le petroliere a cambiare rotta.
Per risolvere la crisi servirebbe un accordo con Teheran, ma gli Usa non sembrano intenzionati a raggiungerlo. Ecco perché la guerra in Iran rischia di rivelarsi un vicolo cieco per Trump.
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