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È notte fonda in Terra Santa. Ma c’è chi costruisce la pace
Nell’ultimo anno il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha ripetuto spesso una frase che non fa piacere né ai giornalisti né agli organismi internazionali, che amano cullarsi con facili illusioni: «Parlare di pace in Terra Santa oggi non ha molto senso». Non lo ha perché la pace «ha bisogno di condizioni, contesto, di una volontà, di una politica che non c’è».
Ha bisogno di «fiducia», che negli ultimi due anni è stata sistematicamente distrutta dal massacro del 7 ottobre da parte di Hamas e dalla guerra di Gaza scatenata da Israele. In Cisgiordania, poi, non ci sono eccidi ma Tel Aviv sta creando le condizioni per una nuova esplosione di violenza, come verificato da Tempi nel suo ultimo reportage.
L’avventura di Osama Hamdan
È notte fonda, in Terra Santa. E per mantenere e coltivare la speranza che l’alba – prima o poi – arrivi servono luoghi di bellezza, di incontro, di dialogo. Materiali e immateriali. Proprio come la storia della Salvezza non può prescindere dalla geografia della Salvezza, diceva san Paolo VI, così anche la speranza.
È anche per questo che l’architetto Osama Hamdan, palestinese, nato a Gerusalemme nel 1960 e scomparso nel 2024, dopo gli studi a Torino ha dedicato la vita al recupero e alla conservazione del patrimonio culturale della Terra Santa. Da musulmano, ha lavorato in alcuni dei più importanti luoghi santi: Betania, Dominus Flevit, Getsemani, Magdala e Santo Sepolcro.
Ha contribuito al recupero archeologico di moschee, chiese e sinagoghe, con un’attenzione particolare per i mosaici, convinto che «la bellezza aiuterà israeliani e palestinesi a raggiungere la pace».
Il «lusso» dell’archeologia
La collaborazione tra Hamdan, che fondò l’Ong Mosaic Center nel 2000 per preservare il patrimonio culturale palestinese, e l’archeologo francescano Michele Piccirillo, che diede vita all’associazione Pro Terra Sancta nel 2002, ha permesso la rinascita di tanti capolavori.
«Il territorio palestinese è povero di risorse: l’unica cosa che ha è il suo immenso patrimonio spirituale e storico, che è in grado di attrarre milioni di persone», ricorda a Tempi Carla Benelli, storica dell’arte, responsabile dei progetti di conservazione del patrimonio culturale dell’Associazione Pro Terra Sancta (Pts).
Personalità come Hamdan e padre Piccirillo lo capirono presto, in un momento in cui né l’Autorità palestinese né la cooperazione internazionale se ne rendevano conto, occupandosi solo del lato umanitario e ritenendo l’archeologia «un lusso».
Attraverso il restauro delle pietre, Pts dà speranza alle “pietre vive” della Terra Santa, cioè alle comunità. Sia coltivando la memoria, cioè il senso della presenza cristiana, ad esempio sostenendo l’allestimento del Terra Sancta Museum, il primo museo al mondo incentrato sulle radici del cristianesimo e sulla conservazione dei Luoghi Santi, sia offrendo esempi luminosi di convivenza.
Per questo l’associazione ha raccontato la storia di Hamdan in un meraviglioso documentario – Osama. In viaggio verso casa – che è stato recentemente presentato con grande affluenza di pubblico a Gerusalemme, Gerico e Sebastia.
Pro Terra Sancta genera speranza
Il Mosaic Centre, che impiega 25 ragazzi, è però solo una delle tantissime opere sostenute dall’associazione. Dall’educazione all’assistenza, dalla conservazione allo sviluppo, per non parlare delle attività socio-imprenditoriali e della risposta alle emergenze umanitarie, Pro Terra Sancta genera speranza.
Lo fa attraverso le Guest house a Gerusalemme, Betlemme, Sebastia e Nisif Jubeil o attraverso il bazar Dar Al-Majus – con riferimento ai Magi – a Betlemme, che vende i manufatti realizzati da decine di fornitori, tra i quali disabili, donne e artigiani locali, ovviando in parte al problema cronico della mancanza di pellegrini in Terra Santa.
«Aiutiamo i cristiani a restare»
Nella città dove sorge la Basilica della Natività, le attività sono tantissime, come spiega a Tempi il responsabile di Pts Paolo Ferrari: «Aiutiamo la comunità cristiana, e non solo, in tanti modi: dal restauro delle case, alla fornitura di cisterne per l’acqua, dalla coperture delle spese mediche e scolastiche delle famiglie in difficoltà, all’aiuto offerto ai giovani per professionalizzarsi e trovare lavoro».
C’è poi il sostegno alle opere locali della Chiesa, come il Terra Santa College, che offre un’istruzione di qualità a 1.200 studenti, l’Hogar Nino Dios, dove le suore del Verbo Incarnato si prendono cura dei bambini con disabilità che spesso le famiglie abbandonano. «Così incentiviamo le famiglie a restare», dice Ferrari.
Dal buio della guerra all’alba della pace
La pace non può scoppiare dal nulla come per magia in Terra Santa. Può solo crescere all’interno di un terreno reso fertile perché spuntino, prima o poi, piccoli germogli di convivenza e riconciliazione.
È proprio quello che fa Pro Terra Sancta un incontro alla volta, un progetto alla volta: pone silenziosamente le condizioni, crea il contesto perché, in un momento in cui la Terra Santa è avvolta dal buio della guerra, spunti l’alba della pace.
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