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Il “miracolo” dei Colloqui fiorentini
«Ma si rende conto che siamo partiti da zero? È un miracolo di cui io stesso faccio fatica ad avere coscienza». Gilberto Baroni, presidente dei Colloqui fiorentini, ce lo dice carico di emozione sabato 7 marzo, al termine della venticinquesima edizione della tre giorni dal titolo: “Scavar devo profondo come chi cerca un tesoro”. Una frase tratta dalle Scorciatoie di Umberto Saba, l’autore protagonista di quest’anno. Baroni torna con la memoria agli inizi dell’avventura: «”In classe stanno in silenzio perché gli metti paura”, mi dicevano i colleghi. Ma io sapevo che non era così, li catturava il metodo: erano loro i protagonisti. E io volevo questo per più ragazzi possibile». Nel tempo oltre 36 mila studenti rimangono conquistati dallo stile unico dei Colloqui fiorentini, promossi dall’associazione di insegnanti Diesse Firenze e Toscana con il contributo di Fondazione CR Firenze.
Anche quest’anno dal 5 al 7 marzo vi prendono parte 2.200 tra professori e studenti delle scuole superiori di 112 istituti sparsi per l’Italia. A tenere le conferenze del mattino sono poeti e docenti, seguono dopo la pausa pranzo dibattiti e momenti di condivisione in gruppo tra gli studenti. «Venite sul palco a raccontare quello che vi ha fatto scoprire in più di voi stessi l’autore. Sempre a partire dal testo», ripete più e più volte il direttore dei Colloqui Pietro Baroni nei seminari pomeridiani. La fila per intervenire si allunga, i ragazzi sono un fiume in piena che lui argina a malincuore: «C’è tempo solo per gli ultimi due…». Chi empatizza con il poeta triestino per la simile storia familiare, chi ritrova per lui un «amore grande, perché non si nasconde», chi provoca il pubblico con il suo intervento: «Io odio Saba perché con la sua schiettezza fa vedere troppo di me». In quattro si fanno coraggio e leggono i loro componimenti scritti in questi giorni, lasciandosi ispirare dall’autore. «Fatecele avere», chiede stupito lo stesso Baroni, che ripete quasi a se stesso: «I Colloqui sono questo».
«Rivediamoci a maggio»
I giovani tornano con insistenza sul tema del “dolore” espresso dal poeta, che può essere la “crepa” attraverso cui scoprire qualcosa di sé. E i relatori intercettano la loro domanda: «La sofferenza purifica il linguaggio, permette di andare oltre alla superficie e di cogliere qualcosa di più di noi che si esprime nei versi», afferma con trasporto al mattino di venerdì Diego Picano, insegnante e saggista, che spiega la prosa sabiana, leggendo alcuni estratti di Scorciatoie e raccontini. Segue Valerio Capasa, anche lui docente e scrittore: «Per vedere la luce occorre mettersi in disparte e non farsi prendere dalla corrente, custodendo il silenzio e la diversità con cui si viene al mondo. Saba sente l’esigenza di avere una vita interiore, che lo porta a imprimere le sue sofferenze sulla carta». Chiude con un invito ai ragazzi: «Coltivate quell’angolo solo vostro, non come un luogo di chiusura, ma come un’opportunità per scoprire qualcosa di voi».
E poi ci sono i professori, alcuni vengono a Firenze da dieci, vent’anni e altri sono qui per la prima volta. C’è spazio anche per un momento di confronto pomeridiano tra di loro, sorveglianza degli studenti permettendo: «Sono i ragazzi che qui insegnano qualcosa a noi. A stupire sono quelli che non ci saremmo mai aspettati intervenissero. In un contesto in cui si sentono a loro agio si fanno coraggio e si prendono sul serio». «È un altro miracolo che capita spesso qui», assicura Pietro Baroni. Un altro docente: «Dobbiamo continuare a parlare con loro di questa esperienza anche alla fine dei Colloqui». Il direttore rilancia: «Rivediamoci a maggio per raccontarci cosa è accaduto quando sono tornati a scuola».
Far parlare il “verso”
Il grande protagonista di questi giorni è il mite Umberto Saba. Il professor Emmanuele Riu, la mattina di giovedì lo mette in chiaro fin dalle prime parole: «Per il poeta scrivere e dire la verità sono la stessa cosa, non a caso in origine per il Canzoniere aveva scelto il titolo Chiarezza». Segue l’intervento del poeta e drammaturgo Sauro Albisani. «Saba era in grado di far parlare il “verso” dell’uomo, che è forte quando si è bambini ma che poi con il tempo tendiamo a smarrire. E se lo perdi, anche a costo di diventare logorroico, non sarai mai in grado di recuperarlo», afferma lo scrittore. «Per lui fare poesia significa non smettere di giocare, era capace di meravigliarsi come un fanciullo delle cose che gli accadevano da adulto».
I dialoghi “poetici” non si fermano alle sedie arcobaleno di Palazzo Wanny. Si sente parlare di Umberto Saba anche di fronte a un panino al lampredotto e salsa verde in pausa pranzo, accompagnati dalla musica trap che esce dalle casse o nel largo spiazzo di fronte alla struttura.
«Alessandro Manzoni vi aspetta»
I tre giorni di conferenze si chiudono sabato mattina con l’intervento di Tommaso Pagni Fedi, membro del Comitato Didattico dei Colloqui. Torna sul tema del “dolore”: «Possiamo affrontarlo perché ne vale la pena. Solo scavando nel profondo si scopre di più», afferma il docente, richiamando il titolo dell’edizione. «Il tesoro non può che essere una vita integra e unita, non spezzettata in tanti frammenti». Riprende poi la parola Pietro Baroni che tira le somme dell’evento: «L’onestà si conquista con lavoro e fatica, non è immediata». Poi si rivolge ai docenti: «I ragazzi hanno bisogno di essere stimati, di essere trattati come uomini e donne. Non per forza assecondati, ma guardati in profondità. Solo così la loro vita potrà esplodere». Infine la chiosa sul dolore: «Non è la parola fine, Saba ci insegna che si può andare oltre. Non per forza da soli, può esserci qualcuno che apre la finestra e ci mostra che fuori c’è qualcos’altro».
Rimane solo il tempo per le premiazioni degli elaborati realizzati da tutti gli studenti nei mesi precedenti ai Colloqui. Boato in sala, grandi applausi ed esultanze sfrenate. L’appuntamento è per il prossimo anno, con le ultime parole dell’evento Baroni annuncia il protagonista dell’edizione 2027: «Alessandro Manzoni vi aspetta». Poi palazzo Wanny si svuota, si corre a prendere il bus per tornare a casa. Nell’attesa qualcuno tira fuori un pallone, qualche palleggio e il piazzale si popola. Sembra disentirlo, Saba, nei versi di Squadra paesana: «Trepido seguo il vostro gioco/ ignari/ esprimete con quello antiche cose/ meravigliose».
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