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L’«inaccettabile» massacro di Israele in Libano e il nodo irrisolto di Hezbollah
Le sorti del Libano sono legate all’Iran, a Hezbollah, alla questione palestinese. Ma non solo. C’è una irrisolta “questione libanese”, che la guerra sta allo stesso tempo esacerbando e occultando. Nascondendola sotto la nube di polvere alzata dai bombardieri. La questione di un paese che cerca invano di ricostruire la sovranità territoriale e uscire dalla crisi che si stava attenuando dopo una ritrovata intesa politica, che aveva portato all’inizio dello scorso anno all’elezione del presidente e alla formazione di un governo stabile, premessa per l’agognato rilancio economico.
Ora il presidente Joseph Aoun chiede aiuto al mondo per «fermare Israele, che vuole fare qui ciò che ha fatto a Gaza». Le forze dispiegate dall’Onu non bastano, non hanno né mezzi né regole di ingaggio adeguati per fermare le parti in conflitto.
Il “mercoledì nero” del Libano
Dopo il “mercoledì nero”, quando in dieci minuti cinquanta cacciabombardieri israeliani hanno colpito più di cento obiettivi in Libano, la maggior parte in centri residenziali a Beirut, nel sud e nell’est del paese, uccidendo almeno duecento persone, tra le quali molte donne e bambini, e facendo oltre un migliaio di feriti, si scava ancora sotto le macerie per estrarre i corpi dei morti. Il bilancio è provvisorio, gli ospedali sono affollati, i medici mobilitati in una corsa contro il tempo per salvare quante più vite possibile.
Nella parte meridionale del paese le forze israeliane stanno portando avanti l’invasione del territorio libanese, attestandosi lungo quella che viene definita “linea di difesa avanzata”: in pratica tutto il territorio tra il fiume Litani e la Linea blu, che segna il confine tra i due Stati. Israele considera il controllo di quest’area vitale e per occuparlo non risparmia neanche gli attacchi alle forze Unifil. Un esempio è l’attacco alla colonna di mezzi italiani che si stava dirigendo verso Beirut, dopo aver informato e concordato il passaggio con Israele. L’esercito israeliano li ha fermati, sparando, e i nostri blindati sono stati costretti a rientrare alla base di Shama, dove i militari italiani sono asserragliati e vivono nei rifugi.
I colpi cadono ormai regolarmente all’interno delle basi Onu, vicino alle quali, secondo Israele, si nascondono commando di Hezbollah. Tre soldati indonesiani sono rimasti uccisi nella settimana di Pasqua.
Israele vuole occupare il sud
Israele vuole occupare il sud del Libano a ogni costo, perché è da qui che vengono lanciati i missili e i razzi di Hezbollah che colpiscono il nord del paese ma che possono arrivare fino a Tel Aviv. E non sembra volersi fermare nonostante la fragile tregua raggiunta da Stati Uniti e Iran. Gli attacchi dello Stato ebraico minano la tregua e per questo la Francia e altri paesi europei li hanno definiti «inaccettabili».
Ma il sud, da dove oltre un milione di profughi sono fuggiti, non è l’unica minaccia che lo Stato ebraico vede nel fronte Libanese. Una cartina interattiva curata dall’Alma Research and Educational Center, un centro studi vicino all’intelligence israeliana, indica tutti i punti noti e già colpiti dove Hezbollah ha posizionato tra i civili lanciarazzi, depositi di munizioni, missili e altre armi. Ma migliaia sono quelli ancora non resi noti e che Tel Aviv potrebbe attaccare e non si trovano solo nel sud del paese, ma in tutto il paese fino al nord del Libano.
Le bombe al fosforo bianco di Tel Aviv
Non c’è area in Libano, non c’è quartiere a Beirut che possa considerarsi al sicuro, anche per questo le cancellerie di mezzo mondo hanno chiesto a gran voce che il paese venga inserito nella tregua, perché cessi la mattanza di Israele.
I ponti sul fiume Litani sono distrutti. Al sud che vive di agricoltura i bombardamenti hanno distrutto i campi, ormai bruciati. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch in zone di confine come Dhayra e Yohmor Israele ha sganciato bombe al fosforo bianco, che può avere effetti terribili sugli esseri umani.
«Ogni bomba solleva enormi nubi che contengono sostanze tossiche sottili che inevitabilmente vengono inalate», dichiara a Tempi Chamel Afif, esperto dell’Università Saint Joseph di Beirut. «Gli effetti immediati per chi le respira sono bruciore ai bronchi, agli occhi e difficoltà a respirare. Ma gli effetti peggiori sono quelli che non si vedono: la nube può portare le particelle sottili a chilometri di distanza e queste faranno sentire i loro effetti sull’organismo anche dopo anni. Non sappiamo cosa c’è in quei palazzi bombardati».
Il nodo irrisolto di Hezbollah
Israele vuole fare terra bruciata attorno a Hezbollah, spingendo con metodi efferati la popolazione libanese a liberarsi del “Partito di Dio”. Per questo anche i cristiani vengono colpiti. Negli ultimi mesi sono rimasti uccisi padre Pierre al-Rahi, mentre cercava di soccorrere una famiglia di parrocchiani rimasti sotto le macerie. La domenica di Pasqua un missile ha ucciso nella sua casa di Ain Sanaah, sopra Beirut, Pierre Mouawad e sua moglie Flavia. Mouawad era un dirigente delle Forze libanesi, la formazione cristiana più forte e più ostile a Hezbollah. Secondo L’Orient le jour il missile ha ucciso anche un’altra donna, fidanzata di un dirigente di Hezbollah che era andato a trovarla. Quest’ ultimo sarebbe stato il vero obiettivo: si è salvato ed è stato visto allontanarsi in moto mentre la casa bruciava.
Al funerale di Mouawad e della moglie migliaia di attivisti delle Forze libanesi hanno accusato Israele e i fondamentalisti islamici che mettono in pericolo la sicurezza del Libano. Per placare la rabbia è intervenuto il leader delle Forze Libanesi, Samir Geagea (certo non una colomba), che ha invitato i suoi a non cedere alla tentazione di riprendere le armi: vorrebbe dire una nuova guerra civile.
Già 1.800 morti in Libano
L’unica soluzione per risolvere il conflitto tra Israele e Hezbollah sarebbe l’applicazione della risoluzione 1701 dell’Onu, in base alla quale solo l’esercito libanese affiancato dal contingente Unifil deve controllare il sud del paese, disarmando Hezbollah e bloccando il traffico di armi.
I partiti che si oppongono a Hezbollah, soprattutto cristiani e sunniti, chiedono che il governo libanese e il presidente Aoun siano messi nelle condizioni di esercitare le loro funzioni, ma la guerra ancora una volta sta esacerbando gli animi e dividendo i libanesi. Il paese è di nuovo sull’orlo del collasso, stretto tra i fondamentalisti che non vogliono rinunciare alla guerra contro Israele e la ferocia dello Stato ebraico, intenzionato a eliminare la minaccia di Hezbollah a qualsiasi costo. Il “costo” finora sono almeno 1800 morti libanesi, infrastrutture distrutte, oltre un milione di sfollati. E la fiducia nella ripresa del paese, dopo anni di spaventosa crisi, minata alla radice.
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