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Attacco all’Iran. «Momento decisivo per tutti gli oppositori del regime»
A poche ore dall’inizio dell’attacco all’Iran nel quale sarebbe stato eliminato secondo americani e israeliani anche l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del regime di Teheran (regime che però smentisce la notizia), il presidente americano Donald Trump si è rivolto direttamente alla popolazione: «Da anni chiedevate aiuto, nessun presidente americano ha voluto fare ciò che io ho deciso, impiegando il potere degli Stati Uniti per ascoltarvi». Parole analoghe dal premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Ora tocca gli iraniani liberarsi».
Aref al-Kaabi, leader della minoranza araba Ahwaz, che da sempre chiede invano l’autonomia dall’Iran della regione del Khuzestan, interpellato direttamente da Tempi, risponde: «Un cambio di regime a Teheran sarà possibile solo se i vari gruppi etnici e religiosi che compongono oltre la metà della popolazione iraniana troveranno una intesa unendosi all’opposizione al governo che, nelle scorse settimane, è scesa in piazza contro il governo degli ayatollah».
Regime che ha reagito con un massacro di massa, uccidendo migliaia di persone: trentamila secondo gli oppositori, oltre tremila secondo il governo. E lo scorso anno sono state 2.280 le esecuzioni di condannati a morte, secondo Amnesty International, e altre decine di migliaia di oppositori attendono la pena capitale.
President Donald J. Trump on the United States military combat operations in Iran: pic.twitter.com/LimJmpLkgZ— The White House (@WhiteHouse) February 28, 2026
President Donald J. Trump on the United States military combat operations in Iran: pic.twitter.com/LimJmpLkgZ
«Tutti gli oppositori potrebbero sollevarsi»
Continua Al-Kaabi: «Gli sviluppi che potrebbero derivare dallo scontro militare avvenuto tra Stati Uniti e Israele, da una parte, e il regime al potere in Iran, dall’altra, rappresentano un momento cruciale nella storia della regione. A mio avviso, questo attacco potrebbe segnare l’inizio del crollo del regime, poiché appare di natura decisiva, a differenza del precedente scontro durato dodici giorni. Se questo dovesse continuare, potrebbe indebolire significativamente il regime, aprendo la porta a diffusi movimenti interni».
Chiediamo ad Al-Kaabi quale sia il livello di tensione all’interno della popolazione iraniana, non solo nella capitale ma anche nelle aree da cui non abbiamo informazioni. «Vi sono rabbia e tensione nell’opinione pubblica nelle regioni persiane», risponde il leader Ahwaz, «così come c’è una certa prontezza tra le comunità non persiane che si considerano anch’esse vittime delle politiche del regime. Molti attendono un reale indebolimento della struttura di potere dello Stato per promuovere un cambiamento». Cosa potrebbe succedere? «Se la guerra persiste e si intensifica, potremmo assistere a una “fase di liberazione”. Tutti coloro che sono stanchi non solo del regime khomeinista ma anche di quelli precedenti, potrebbero sollevarsi. Siamo in un momento decisivo non solo per il popolo persiano, ma per tutte le comunità che vivono entro i confini dell’Iran. I prossimi giorni saranno critici e la regione potrebbe subire importanti trasformazioni che potrebbero rimodellare il Medio Oriente».
«Malcontento in tutto l’Iran»
«Le proteste di massa dal 2022 al 2025, represse brutalmente dal regime», commentano gli analisti di Memri, il Middle East Media Research Institute, «hanno rivelato il livello di malcontento in tutto l’Iran». Nelle scorse ore molti iraniani – nonostante le proibizioni del regime e il rischio di essere accusati di spionaggio – hanno postato sui social filmati che mostrano il livello di distruzione causato dai bombardamenti. Si vedono giovani ballare in strada e inneggiare a Trump. Impossibile al momento una verifica puntuale, ma certo qualcosa sta accadendo in Iran. Qualcosa che minaccia la teocrazia sciita.
Continuano gli osservatori di Memri: «La morte di Mahsa Amini, la donna curda arrestata nel settembre 2022 dalla polizia morale iraniana e successivamente deceduta in ospedale a causa delle ferite riportate, non solo ha suscitato indignazione per la discriminazione istituzionale contro le donne in tutto l’Iran, ma ha anche causato una risposta unitaria da parte delle minoranze. Pochi giorni dopo lo scoppio delle manifestazioni iniziali, uno degli eventi più sanguinosi della protesta, durata mesi, si è verificato nel Belucistan iraniano: il popolo beluci è sceso in piazza nella città di Zahedan per protestare anche contro il presunto stupro di una ragazza di 15 anni da parte del comandante della polizia».
«Usa e Israele scommettono sulla rivolta degli iraniani»
Il mese scorso, il primo ministro israeliano Netanyahu ha ipotizzato che un cambio di regime a Teheran fosse all’orizzonte. «Ma a spingere verso la possibile caduta del regime», commenta Memri, «non sono solo il coinvolgimento dell’Iran nel terrorismo, la sua apparente spinta allo sviluppo di armi nucleari, i suoi crescenti legami con i principali avversari dell’Occidente o i suoi attacchi diretti a Israele, ma anche la sua politica di repressione della opposizione».
Himdad Mustafa, analista curdo ricercatore di Memri, che vive sul confine tra Kurdistan iraniano e Kurdistan iracheno, interpellato da Tempi dopo l’attacco, sottolinea: «L’ultimo attacco all’Iran mira a un cambio di regime, o almeno a creare le condizioni affinché gli iraniani all’interno del paese si ribellino al regime. Israele e Stati Uniti hanno preso di mira tutti i leader politici e militari iraniani. Sia Israele che gli Stati Uniti non vogliono impegnarsi in una guerra prolungata con l’Iran; la parte più importante della loro strategia è il popolo iraniano: scommettono sulla rivolta degli iraniani all’interno del paese dopo che Idf e esercito american avranno distrutto l’infrastruttura militare del regime. Dal canto suo, l’Iran sta intimando alla popolazione di lasciare Teheran, sostenendo che la situazione peggiorerà. È un segnale del fatto che gli ayatollah si aspettano una guerra lunga e intensa».
Una guerra che potrebbe espandersi a tutto il Medio Oriente. Hezbollah dal Sud del Libano potrebbe attaccare Israele, dal momento che la milizia-partito dispone ancora di missili a medio raggio, 25 mila secondo fonti di intelligence israeliana, che sono in grado di arrivare a Sud di Haifa. E pesa la minaccia del terrorismo fondamentalista internazionale.
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