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L’uomo della Groenlandia che vorrebbe diventare americano

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15.02.2026

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L’uomo della Groenlandia che vorrebbe diventare americano

Jens pesca, aspetta, guarda il cielo. Qui sono tre azioni sufficienti a riempire una giornata. Quando gli parlano di politica internazionale alza le spalle, come si fa davanti a una previsione del tempo sbagliata. Dice che il ghiaccio non chiede il passaporto e che il vento non ha mai votato nessuno.

Qualcuno lo accusa di tradimento. Lui risponde che non tradisce nulla, perché non possiede niente. Né la terra, né il mare, né il futuro. In Groenlandia le cose non si possiedono, si attraversano. Le bandiere passano, il freddo resta.

Jens ascolta le notizie alla radio mentre sistema le reti. Parole grandi, mappe colorate, confini che si spostano. Poi spegne tutto e controlla il ghiaccio. Dice che quello sì, se si muove, conviene farci attenzione.

Un lusso per climi più miti

Quando scherza sul fatto che, se arrivano gli americani, porteranno almeno il Wi-Fi migliore, ride piano. Non è una battuta cattiva. È una constatazione pratica. L’Europa è lontana, l’America è rumorosa, la Groenlandia è paziente. Qui il tempo non accelera per nessuno.

Gli chiedono se si sente americano. Jens risponde che si sente freddo. E che questo, per ora, è l’unico dato affidabile. Aggiunge che sentirsi qualcosa è un lusso da climi più miti.

Pensa che le identità cambiano, la vita no. Che il pesce va tirato su, comunque, che il ghiaccio va rispettato, che le promesse scaldano meno di una giacca buona. E se la vita deve continuare, tanto vale farlo senza prendersi troppo sul serio, lasciando che siano gli altri a decidere come chiamare ciò che resta uguale.

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