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Il referendum, l’eutanasia e l’esempio della prof Mocchi

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Il referendum, l’eutanasia e l’esempio della prof Mocchi

La “sciura” Pina ci ha detto che avrebbe votato No, perché la Costituzione è intoccabile. Il suo compagno, Carlo, ha voluto precisare che la Meloni sarebbe dovuta andare a casa. Andrea, invece, ci teneva a sottolineare che quelli che dovevano andare a casa erano i magistrati, una casta intoccabile e di sinistra. Livia, avvocato in uno studio legale a Milano, è entrata nel merito e crede che la politica dovrebbe star fuori da questo dibattito, perché non conta essere di destra o di sinistra per accorgersi che tutte le ragioni stanno con il Sì. E, in effetti, tanto si è discusso sulla maggiore o minore politicizzazione del dibattito referendario, dove i conservatori si son dimostrati più riformisti dei progressisti, trincerati per mantenere lo status quo.

A fare analisi ex post sono bravi tutti e, forse, proprio per questo è difficile individuare una motivazione unica che ha fatto vincere il No: l’attaccamento alla Costituzione, il Sud, i giovani, l’Iran, le grandi città di sinistra, la casta, Berlusconi, Delmastro e chi più ne ha più ne metta. La realtà è di difficile lettura, i sondaggi faticano a spiegare cosa ha spinto alle urne persone che negli ultimi appuntamenti si erano astenute. Città come Milano hanno invertito un andamento a cui eravamo abituati: la zona ZTL è andata alle istanze del centrodestra, le periferie hanno seguito il centrosinistra. Paradossalmente, si potrebbe dire che è tornata un’energia politica da tempo assopita. Una politica, però, che non è riuscita a tenere insieme giudizio nel merito e strategia politica. Anzi, proprio quelli che additavano i partiti di centrodestra come populisti, fascisti e demagogici, hanno fatto una campagna elettorale basata su spauracchi e fake news.

Ma c’è una parte di realtà, tra le tante, che i sondaggi faticheranno sempre a rivelare. Una realtà fatta di chi ha preso seriamente l’occasione referendaria per tornare a fare politica. Prima, formazione e studio del quesito referendario con l’aiuto di giuristi, esperti e gli amici dell’Associazione LabOra. Poi, la creazione di un comitato e l’organizzazione di numerosi incontri formativi e divulgativi in tutta la città di Milano, con esponenti del calibro di Zanon e Sallusti. Ma non basta lavorare per il bene comune solo nelle famigerate “scuole di politica”: ecco perché ci siamo lanciati in mezzo a mercati, parrocchie e vie di quartiere, per incontrare le persone con cui condividiamo le stesse strade, gli stessi condomini e banchi nelle chiese.

Si è spalancato un mondo inimmaginabile davanti ai nostri occhi. Il referendum è stato un espediente per iniziare un dialogo che subito si è spostato sulle esigenze che impattano la quotidianità delle persone: i negozianti che si sentono abbandonati, le signore che hanno paura ad uscire di casa la sera per andare a trovare le figlie, i condomini che vedono pezzi di città abbandonati, studenti che non hanno luoghi dove studiare, anziane che lamentano la chiusura di tutti i circoli ricreativi, genitori preoccupati per il caro prezzo degli asili nido e delle case, che spinge i loro figli a guardare fuori dalla città o, addirittura, fuori dall’Italia, per stipendi decisamente più competitivi. Tutti i municipi di Milano in cui siamo andati raccontavano di una politica che da tempo si è dimenticata di guardare alla persona nella sua interezza, fatta di relazioni e progetti.

C’è chi dice, da un lato giustamente, che è stato un referendum troppo politicizzato e poco nel merito. Ma la nostra esperienza ci porta a dire che la politica non può allontanarsi da una capacità di leggere la realtà nel merito, con competenza e cognizione di causa. D’altro canto, non possiamo nemmeno sperare che uno sguardo puramente tecnico sia la panacea di tutti i mali. Se un referendum non viene affrontato anche a partire da uno spirito ideale, da una domanda su cosa sia l’uomo e la società in cui debba vivere, rischia di ridursi solo ad una battaglia persa. Una delle tante. Se ci dimenticassimo questo, la politica diventerebbe presto ideologica e il giudizio nel merito si trasformerebbe in tecnocrazia, nella quale un umile spazzino non dovrebbe poter votare ad un referendum costituzionale. In entrambi gli scenari, il grande escluso resterebbe l’uomo. Per questo serve più politica. Ma quella vera.

Pietro Giuliani, Gabriele Spelta, Simone Mandelli, Giovanni Patanisi, Sandro Bramati, Davide Tacchinardi, Martino Fiordi, Salvatore Vilardo, Ludovico Boero, Francesco Baudassi e gli amici di LabOra Milano

Caro direttore, negli ultimi giorni si sono susseguite notizie che fanno riflettere e che, messe insieme, raccontano qualcosa di più grande di singoli episodi.

In Spagna, una ragazza di 25 anni ha ottenuto l’accesso all’eutanasia dopo un percorso legale e medico legato a una condizione di sofferenza psicologica. Il caso è stato molto discusso: da una parte chi lo considera un diritto, dall’altra chi si interroga su cosa significhi arrivare a questo punto, soprattutto quando il disagio è di natura mentale.

A Milano, alla stazione Greco Pirelli, un uomo si è tolto la vita gettandosi sotto un treno. Una scena drammatica, resa ancora più inquietante dalle reazioni di chi era presente: alcune persone hanno ripreso con il telefono, altre si sono lamentate per i disagi alla circolazione.

Pochi giorni prima, un’altra notizia: una donna affetta da sclerosi multipla ha deciso di porre fine alla propria vita, dopo aver affrontato una malattia lunga e debilitante.

Tre storie diverse, contesti diversi, ma un filo comune, il rapporto sempre più complesso tra sofferenza, dignità, libertà e valore della vita. Non sono solo fatti di cronaca. E forse meritano più di uno sguardo veloce prima di passare alla notizia successiva.

Mi chiedo: cosa stiamo diventando? Non è solo una questione di leggi, di libertà individuali o di diritti. È qualcosa di più profondo, il valore che diamo alla vita, alla sofferenza, alla fragilità. Quando il dolore diventa qualcosa da eliminare invece che da comprendere, accompagnare, curare… stiamo davvero aiutando o stiamo rinunciando? La libertà è una parola enorme. Ma può davvero esistere libertà senza relazione, senza responsabilità verso l’altro, senza uno sguardo che dica “resta”? Se tutto diventa “posso fare quello che voglio della mia vita”, allora che spazio resta per prenderci cura gli uni degli altri? E poi c’è l’indifferenza. Quella che filma. Quella che si lamenta. Quella che passa oltre.

Forse le domande giuste non sono urlate nei commenti sui social, ma sussurrate nel nostro cuore di ciascuno, quando qualcuno cade, io dove sono? quando qualcuno soffre, io vedo davvero?Deborah Giovanati

«Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché».

Riprendere alcune righe dettate direttamente dal suo letto d’ospedale a Bergamo dalla professoressa Chiara Mocchi, accoltellata pochi giorni fa, servono per ribadire un concetto a me caro. Mentre l’opinione pubblica, spinta dalla paura e dall’orrore, invoca quasi istintivamente l’inasprimento delle pene e la “tolleranza zero”, la vittima stessa di questa violenza sposta il baricentro del discorso: dalla punizione alla cura, dal muro al ponte.

Davanti a una ferita profonda, la reazione istintiva di una comunità è quella di alzare muri. Quando la violenza irrompe tra i banchi di scuola, l’invocazione di pene più severe o dell’abbassamento dell’età imputabile diventa un grido collettivo. È una risposta certamente umana: cerchiamo nel rigore della legge una protezione contro l’imprevedibile. Ma la pena, pur necessaria per ristabilire un ordine legale, agisce sul passato; l’educazione, invece, è l’unica forza che può incidere sul futuro.

Qual è il contesto attuale? Se ci fermiamo al solo contesto scolastico, i dati non sono sufficienti a tracciare una tendenza di lungo corso: gli ultimi pubblicati sul database del ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim) parlano di 36 episodi di violenza nell’anno 2022/23 e 68 nel 2023/24. Ma gli autori sono perlopiù genitori: il 47,8% delle aggressioni del 2023/24 è stato portato a termine da familiari degli alunni, contro il 44,9% delle violenze agite dagli studenti. Oltre i dati, è interessante notare che le condizioni sono più precarie laddove la scuola non ha il sostegno del territorio, degli Enti locali e delle associazioni che ruotano attorno agli istituti.

Per reagire a questa emergenza, il ministero dell’Istruzione e del Merito si era già mosso in questi mesi. Non solo con le campagne di sensibilizzazione. «Abbiamo dato rilievo formale al rispetto del personale della scuola – aveva spiegato mesi fa il Ministro Valditara – con misure di sanzione pecuniaria e cittadinanza solidale». Si tratta, perlopiù di pene e restrizioni: una multa da 500 a 10 mila euro per chi aggredisce il personale scolastico e l’introduzione di un’aggravante comune alla pena, se il reato è commesso dal genitore dello studente, fino a cinque anni per violenze o minacce rivolte verso i docenti, equiparati a pubblici ufficiali.

Bene, ma può essere risolutiva questa soluzione? Credo che il solo inasprimento delle pene non possa bastare. Non è pensabile che solo continuando ad aumentare le pene si risolverà il problema della sicurezza e della violenza dilagante. Lo vedo nella mia esperienza personale anche sui campi da calcio, dove faccio l’arbitro. Pene sempre più severe, arbitri equiparati anch’essi a pubblici ufficiali con il Decreto Legge del 30 giugno 2025, n. 96, ma le violenze non accennano a diminuire, anzi aumentano.

È ancora la lettera della professoressa Mocchi che però ci viene in aiuto. Ad un certo punto richiama noi tutti alla responsabilità di “stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica”. È un appello che non deve rimanere inascoltato.

In apertura della lettera, la professoressa ci ha tenuto a ringraziare tutti: medici, colleghi, forze dell’ordine, persino chi le scrive da lontano. Questo sottolinea che l’educazione non è un compito esclusivo dei docenti, ma di una comunità educante. Le scelte politiche devono andare in questa direzione. Lavoriamo investendo sulla riqualificazione sociale e su chi permette ad una comunità di essere educante a tutti gli effetti.Pietro Rubino

Kai o Logos sarx egèneto: “E il Logos si è fatto carne”. Così scrive l’Apostolo Giovanni nel suo Vangelo. Poteva dire “si è fatto uomo”, ma ha voluto essere ancora più concreto: “si è fatto carne (sarx)”. Oggi la scienza ci permette di essere ancora più precisi: “si è fatto cellula”, o meglio, “si è fatto zigote”, ovvero la cellula uovo fecondata, la prima cellula dell’organismo umano. Lo zigote è grande un decimo di millimetro o un decimo e mezzo, ai limiti estremi della visibilità a occhio nudo, come un puntino appena percepibile. In essa si forma subito il DNA esclusivo del singolo uomo. È interessante che l’uomo cominci come la più piccola cosa che un occhio sano possa vedere, almeno come granellino appena appena distinguibile.

Eppure in quel puntino c’è già tutto il DNA che governerà la formazione e la crescita del corpo umano lungo tutta la sua esistenza. Non solo, ma in quel puntino c’è tutto il mistero dell’io umano che con il tempo si esprimerà attraverso il corpo medesimo e soprattutto attraverso il suo cervello. L’io umano è il più grande mistero della Creazione: è una coscienza dell’essere in senso universale, ideale, infinito; è una tensione e un desiderio dell’Infinito. È più grande dell’Universo, perché ne è la coscienza che lo conosce, lo abbraccia, ne riconosce il senso e cerca ciò che sta oltre ad esso, mentre l’universo stesso non sa nulla e non vede nulla.

È il mistero di ciascun uomo, unico e irripetibile. Ed è lì, unito misteriosamente a quella cellula di un decimo di millimetro, dentro il grembo di una donna.

Si può forse individuare un momento posteriore al concepimento in cui arrivi l’io umano dentro il divenire biologico del concepito? In realtà dal concepimento in poi ciò che il concepito riceve è solo il nutrimento organico quotidiano da parte della madre: non è rilevabile nessun passaggio ulteriore dopo quello inziale in cui avvenga un salto di qualità e di identità, né prima né dopo la nascita. Del resto basta che uno guardi negli occhi un bambino appena nato per riconoscere in esso la meraviglia veramente unica dello sguardo umano, cioè, come indagava la fenomenologa Edith Stein, lo sguardo che manifesta dietro di sé un ‘io’: è un io stupito o impaurito o indagatore, che cerca di capire dove si trova e chi sono le persone che ha attorno, o che cerca di chiedere aiuto.

E non è certo l’aria della sala parto che ha messo in lui lo spirito umano: tale spirito era evidentemente già in lui dal grembo materno. Ma lì non può averlo ricevuto dalle molecole del nutrimento corporeo provenienti dal corpo della madre. Perciò si deve risalire a quell’unico momento decisivo in cui egli ha cominciato ad esistere, cioè al concepimento: li, in quella cellula straordinaria l’io è stato messo nel mondo.

Non sa ancora dire una parola, non conosce ancora quasi nulla se non ciò che nei nove mesi dentro il grembo materno ha potuto avvertire di sua madre e anche di suo padre.

Per tutta la sua vita l’io resterà molte volte senza parole, avvertirà di non saper esprimere con le parole ciò che ha dentro di sé, troverà sempre insufficiente il linguaggio per dire e spiegare l’immensità che vede o intravvede e che desidera più di ogni altra cosa. Non si conosce l’io di un uomo se non si sa ascoltare i suoi silenzi e guardare i suoi occhi persi nel vuoto. Come riconosceva, insuperabile, Leopardi: “Misterio eterno / dell’esser nostro. Oggi d’eccelsi, immensi / pensieri e sensi inenarrabil fonte / … / Desiderii infiniti / e visioni altere / … / onde per mar delizioso, arcano / erra lo spirto umano, / quasi come a diporto / ardito notator per l’Oceano”.

Ecco, tutto questo, che non arriva nel corpo umano in nessun momento del suo sviluppo e della sua esistenza, è un mistero profondo presente e celato fin dall’inizio in tale corpo. È tutto lì, nel puntino iniziale, nella cellula fecondata, in quel decimo di millimetro in cui sembra impossibile che possa esserci spazio per alcuna cosa. Lì c’è già tutta l’identità biologica dell’uomo, la sua corporeità in rapidissimo dispiegamento, la sua vitalità in fase esplosiva o vulcanica, la sua complessità funzionale in formidabile attività. Lì abita da subito quell’io o spirito umano che è rapporto con l’Infinito e che è destinato all’Infinito.

Quel puntino si moltiplica velocemente, diventando due cellule, poi quattro, poi otto, poi sedici, e così via. Queste cellule cominceranno presto a distinguersi per le loro specializzazioni, perché andranno a formare le varie parti dell’estremamente complesso organismo umano. Dopo pochi giorni quel puntino diventa embrione, poi feto, poi bambino nascituro, poi bambino nato, poi bambino educato, poi fanciullo, poi ragazzo, poi adolescente, poi giovane, poi adulto, poi anziano, con una continuità che non conosce alcun innalzamento improvviso. Se qualcuno sopprime il puntino iniziale, sopprime tutto l’uomo e tutto il suo percorso esistenziale.

Quel piccolissimo zigote e veramente una realtà di eccezionale grandezza, il più grande miracolo che avvenga in natura. È la realtà più profonda e sacra che esiste nell’Universo. Dovrebbe essere oggetto di contemplazione da parte di una civiltà scientificamente colta e umanamente sensibile.

Lì, in quel puntino, l’Infinito o Logos-Dio ha voluto venire e farsi uomo, carne, cellula. Facendosi carne in questo modo, partendo dalla creazione di questo zigote nel grembo di Maria di Nazaret, il Logos-Dio ha reso ancora più vertiginoso e sacro ciò che accade in questa quasi invisibile cellula umana. Il Logos-Dio conferma la sacralità inviolabile dello zigote umano, portandoci a guardarlo con una consapevolezza nuova.

Una società che non riconosce ciò che tutti gli ultimi Sommi Pontefici hanno richiamato, cioè che ogni persona umana – ogni io umano – è sacra e inviolabile dal suo concepimento alla sua morte naturale, è una società in cui trionfa l’ignoranza, la menzogna, la balordaggine, la disumanità, la barbarie. Una società così non può proclamarsi scientifica, ma solo piena di inettitudine, di arbitrarietà e di violenza. E perciò di guerra.

L’Annunciazione è la festa che proclama l’immensa grandezza del puntino in cui ciascuno di noi ha cominciato la sua esistenza, il suo cammino, il suo rapporto con l’Infinito, il suo pellegrinaggio verso l’Eterno. È la festa che vince la barbarie, l’ignoranza, la malvagità, le ideologie, il potere, gli assolutismi, i progressismi, le oppressioni e le guerre di tutti gli assassini della storia, soprattutto di quelli che proclamano che lo sterminio dei nascituri è una conquista di civiltà e di quelli che vogliono il progresso a suon di guerre, di morti, di città distrutte, di giovani obbligati a morire al fronte, di bambini dilaniati dalle bombe, di popolazioni sottoposte a sofferenze atroci. L’Annunciazione è l’avvenimento di Cristo che ama l’uomo e lo innalza per sempre al di sopra di tutti i suoi assassini.Pietro Salvetti

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