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Il “miracolo” dell’attrice Laura Orrico e la fabbrica dei figli post-mortem

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12.04.2026

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Il “miracolo” dell’attrice Laura Orrico e la fabbrica dei figli post-mortem

Fino a qualche anno fa ogni notizia di un assalto all’ultimo baluardo contro il delirio di onnipotenza biofaustiana (il grembo materno) ci lasciava almeno qualche inquietante domanda. È giusto usare lo sperma del figlio morto per produrre il nipote maschio desiderato? Usarlo per produrre un altro figlio? Usarlo per produrre un orfano di padre?

Oggi che “giusto” è diventato sinonimo di “legale”, e “legale” è diventato sinonimo di “normale” (anzi: banale), c’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui diamo certe notizie e raccontiamo certe storie: più sono inquietanti, più le addolciamo; più sono problematiche, più le trasformiamo in parabole edificanti.

Laura Orrico, mamma a 49 anni con il seme del marito morto dieci anni fa

La vicenda dell’attrice americana Laura Orrico – madre a 49 anni, con il seme del marito morto undici anni prima – viene servita così: una storia d’amore che vince la morte, un “miracolo”, un atto di fedeltà oltre il tempo, “una storia che riapre il tema della fecondazione post-mortem”.

In fondo l’attrice ha 49 anni, mica 68 come Ana Obregón. In fondo Ryan Cosgrove era suo marito, mica un figlio. In fondo era desiderio di entrambi avere un figlio (lui aveva deciso di crioconservare il suo seme dopo aver ricevuto la diagnosi di tumore al cervello, nel 2007) e in fondo era il suo utero, non quello di una strapagata surrogata californiana. In fondo si tratta solo di spostare più in là il confine, ancora una volta, fingendo che non ci sia mai stato.

Perché, a differenza dei succitati casi che vedono come protagoniste anziane colleghe capricciose o prepotenti coppie benestanti, che qualche domanda ce la lasciavano, quello di Orrico è un caso che ben si presta a mettere in discussione la normativa. Che qui in Italia si chiama legge 40. Non giriamoci intorno: come abbiamo scritto più volte, oggi per fare un figlio non ci vogliono un uomo e una donna: ci vogliono sperma, ovulo, utero, soldi. E per sedare giudizi e domande ci vuole una storia di dolore che non ammetta controcanto.

Nonni e genitori. Basta un utero in affitto e lo sperma del figlio morto

Della vicenda della ricca coppia inglese che aveva perso il proprio figlio in un incidente in moto e ordinato la fabbricazione del nipote, una cosa aveva colpito l’Inghilterra: la mancanza del consenso. Non l’estrazione del seme a cadavere caldo, il congelamento, la spedizione della fiala in California, alla clinica di La Jolla, a San Diego, del dottor David Smotrich, pioniere della Fiv, la produzione di quattro embrioni. Non la ricerca di una donatrice di ovuli “come si deve”, la selezione di genere dell’embrione maschio, l’impianto in una surrogata, le pratiche per diventare genitori legali e tornare in patria col bimbo in mano.

Potevano iniziare questa catena di montaggio senza il consenso del figlio? «E perché non avrebbero dovuto farlo?», tuonò allora Barrie Drewitt-Barlow, uno dei primi padri gay della Gran Bretagna (65.000 sterline per assicurarsi di avere una figlia utilizzando le tecniche di selezione di genere). «Sua madre stava attraversando il dolore della perdita di un figlio e questo è stato il suo modo per farlo sopravvivere. Chi siamo noi per giudicare? La tecnologia c’è. Perché non usarla?».

E quando l’attempata attrice spagnola Ana Obregón confermò che il padre della “sua” bambina, partorita da una surrogata di Miami, era “suo” figlio Aless, morto tre anni fa, rispedì al mittente ogni critica ricordando che «era il suo ultimo desiderio, me lo ha chiesto lui», che «solo i padri o le madri che hanno perso un figlio» possono capire, che «ho combattuto attraversando l’oceano con le unghie e con i denti per avere qui un po’ di mio figlio», che «dopo tanto dolore è il mio turno, il mio turno» e che, quando la bambina crescerà, «le dirò: “Tuo papà è in cielo e che tu arrivassi era ciò che più desiderava al mondo, e tua mamma è una donatrice”». E basta. Che problema c’è?

Ma insomma che problema c’è a mettere al mondo un orfano?

Già, che problema c’è se una facoltosa nonna-mamma a settant’anni rivoleva un figlio-padre tra le braccia? O se una coppia di facoltosi inglesi, come primo pensiero, appena scoperto che il figlio è morto, ha avuto quello di raccogliere il suo sperma in tempi rapidi per avere un nipote? Cos’altro dovrebbe mancare a questo innescare, selezionare, produrre un bambino, diventare genitori firmando un pezzo di carta, evangelizzare il tutto con un «chi siamo noi per giudicare»? Forse chiedersi: «E il bambino?». E perché non dovremmo porci la domanda anche per il “miracolo” di Laura Orrico?

Undici anni dopo la morte del padre, dopo molti dolorosi aborti spontanei e diverse relazioni della madre finite male, nasce una bambina già orfana di papà. Non per destino, ma per decisione. Non per tragedia, ma per progetto. E questa è la prima verità che i racconti contemporanei evitano con cura: qui non è accaduto qualcosa, si è scelto qualcosa. E quando la scelta diventa sovrana, il resto segue come una conseguenza logica.

Lo abbiamo visto anche in quella giurisprudenza creativa che, pezzo dopo pezzo, ha eroso l’impianto originario della legge 40, in origine fondata su un’intuizione elementare: per mettere al mondo un figlio servono una donna e un uomo (vivi). Non per moralismo, ma per una ragione banale: un bambino non è il coronamento di un progetto individuale, ma l’inizio di una relazione che lo precede e lo eccede. Poi arrivano i tribunali. E cominciano a risolvere eccezioni, sempre eccezioni, sempre storie che “non si possono ignorare”. Finché l’eccezione diventa regola.

Figli senza padri, con due mamme, con due padri senza mamma, con due mamme senza babbo etc

Così accade che nel mondo nuovo nascano figli che non conosceranno mai il padre o la madre, o con due padri e senza mamma, o con due mamme e senza babbo. Figli orfani, figli-nipoti di genitori-nonni o di madri-sorelle, figli che nascono col dna di tre genitori, o da dua co-genitori. Che non nascano figli fragili, scartati, non selezionati. Che nasca un figlio col seme del papà morto grazie a pma in Spagna e che venga riconosciuto col cognome del padre in Italia grazie al consenso alla genitorialità pre-morte espresso dall’uomo. Ma anche che un giudice stabilisca che una donna può utilizzare embrioni crioconservati anche contro la volontà dell’ex marito, e che ciò che era decisione di due diventi diritto di uno. Accade, in sostanza, che un bambino diventi una posta in gioco.

Non è una provocazione moralistica: se un embrione può essere congelato, conteso, assegnato, scongelato anni dopo, impiantato contro la volontà di uno dei genitori o addirittura assemblato dopo la morte, allora quel bambino ha già cambiato statuto. È entrato nel circuito della disponibilità. E quando qualcosa è disponibile, prima o poi diventa rivendicabile.

Il diritto al figlio nasce da un accumulo di eccezioni

Il diritto al figlio nasce così: non come teoria, ma come accumulo di eccezioni. Una donna sola, una coppia separata, un vedovo, una nonna, una sentenza, una storia tragica, un altro caso limite. Tutto sempre giustificabile, tutto sempre umano. Fino a quando non resta più nulla da giustificare, perché tutto è già stato normalizzato. E pronto all’uso.

Raccontata come “un miracolo”, la storia di Laura Orrico “funziona” a destra e a manca, e questo dovrebbe dirci molto rispetto alle domande che non riusciamo più a farci in un mondo che misura il bene sulla base della possibilità tecnica, rinunciando a qualsiasi criterio ulteriore. Un mondo dove tutto diventa possibile (figli concepiti dopo la morte, embrioni contesi in tribunale, maternità separate dalla relazione, paternità ridotte a fotografie), dove ogni storia raccontata come “miracolo” è costruita come un procedimento.

E dove la domanda “che cosa è giusto per un bambino?” è stata sostituita da “perché non dovrei poterlo fare?”. Un tempo la legge 40, con tutti i suoi limiti e le sue crepe, almeno provava a rispondere alla prima domanda. Oggi, invece, si risponde sempre e solo alla seconda. E si capisce perché, per molti, vada rottamata.

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