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«La riforma Nordio completa la Costituzione e rafforza le nostre libertà»

Manca meno di un mese al referendum confermativo sulla riforma della giustizia (e su cui Tempi ha organizzato l’incontro del 13 marzo a Milano). Come ci si poteva aspettare, data la pochezza della politica italiana e data, ovviamente, la paura atavica del fascismo alle porte, la campagna del no sta giocando ogni mezzo possibile per delegittimare il contenuto della riforma. In realtà, il mezzo è sempre lo stesso: e cioè andare oltre alle considerazioni di merito. Ne parliamo con Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore all’Università della Tuscia che si sta spendendo non poco per la campagna del sì.

Che clima si è venuto a creare prima di questo referendum? Era preventivabile fino a questo punto che il voto dal merito della questione passasse a questioni di altro tipo?Il mio impegno a favore del sì passa anche per il contrasto a questa pochezza oltre che per il mio amore per la Costituzione. Vede, quelli che si riempiono la bocca di “difesa della Costituzione” a ogni votazione fanno due errori gravi: il primo, trascinano la Carta – che è di tutti – in uno schema di parte come a dire che solo alcuni partiti avrebbero la patente per difenderla; una logica miserevole che contraddice platealmente lo spirito dei costituenti. Secondo, in questa campagna molti testimonial del no parlano di temi e di argomenti che non c’entrano nulla con la riforma e si trovano così a difendere un assetto attuale che è di suo anti-costituzionale. Non parlano del merito perché sarebbero costretti a dire che l’attuale funzionamento del Csm non garantisce quello che la Costituzione pretende ossia magistrati liberi da “ogni altro potere” che vuol dire anche il potere delle forme di associazione politico-culturale con le quali si strutturano le correnti dei magistrati eletti.

Chiariamo una volta per tutte: su cosa andiamo a votare e quali sono gli errori cruciali dell’argomentazione degli oppositori della riforma?La riforma completa la Costituzione e rafforza le nostre libertà. Si cancella in radice il rischio che un giudice, che deve valutare il lavoro di un pm prima del processo e nel processo, possa sentirsi condizionato da logiche di appartenenza. Oggi, quando un pm chiede misure restrittive della libertà ad un giudice in una inchiesta, può accadere che quel magistrato giudicante – che quelle misure deve valutare – non si senta del tutto libero nel farlo se quel pm è leader o esponente di una corrente. Le correnti, infatti, eleggono nelle proprie fila una parte maggioritaria di quei membri del Csm che potrebbero essere chiamati a decidere della carriera o di un provvedimento disciplinare che riguarda quel giudice. Se li separiamo e ognuno auto-governa la propria categoria (due Csm) e creiamo una Alta Corte mista, questi rischi di interferenza non potranno più esistere.

Tra l’altro, moltissimi esponenti storici della sinistra, citiamo solo il già presidente della Corte costituzionale, Augusto Barbera, il costituzionalista Stefano Ceccanti, e ancora Marco Minniti, Paola Concia, Pina Picierno, Tommaso Nannicini, Enrico Morando, e altri ancora, hanno già detto che voteranno sì: sono fascisti, come è stato sostenuto dal Pd a proposito di tutti coloro i quali sono favorevoli alla riforma?Sono persone libere e anche molti altri, con cui parlo ogni giorno, voteranno sì senza dirlo. Questo perché la linea grillina della Schlein ha imposto – ad un partito che nasceva riformista e innovatore – il vestito della radicalità da social tipica degli occupanti sedicenni del liceo. Un vestito stretto e buffo per molti che hanno governato la complessità del Paese e lo hanno servito con disciplina e onore in questi decenni. Una veste inadeguata per chi già proponeva solo pochi anni prima proprio la separazione delle carriere oltre che delle funzioni e l’istituzione dell’Alta corte. Un completamento della riforma del 1999 – approvata dal centrosinistra al governo!  – che ha inserito in Costituzione il giusto processo: che è “giusto” anche se le parti sono libere e non legate tra loro, inclusi pm e giudice. I sostenitori del no affidano le analisi giuridiche a storici del medioevo, fisici e attori con argomenti che – in sede di esame al primo anno di Università – comporterebbero la bocciatura con salto dell’appello, se non della sessione. Denotando peraltro una idea degli elettori come soggetti da convincere con il modello panem et circenses, mentre la democrazia pretende solidi argomenti e libero mercato delle idee sui temi che tratta.

Secondo lei, cosa porta i molti politici, esponenti della cultura in senso lato, e studiosi per il no a stravolgere così pesantemente la realtà? Una mentalità dogmatica e ideologica? Una “mente prigioniera” del proprio massimalismo?Premesso che è ovviamente legittimo votare no e c’è chi lo fa – figuriamoci – in buona fede, vedo tre categorie di contrari che travolgono la realtà delle norme su cui dobbiamo pronunciarci. La prima è costituita da “quelli sempre per il no” che rispolverano argomenti triti e ritriti ad ogni occasione perché non sanno distinguere la difesa delle norme scritte dalla necessità di aggiornarle per rafforzare la funzione effettiva della Costituzione. Un po’ è feticismo, ma soprattutto è pigrizia mentale e culturale: quando arrivano le novità occorre studiarle, inventare, creare e si rimescolano le carte; ad alcuni semplicemente non va di farlo, soprattutto se hanno imparato e governano intellettualmente alcune cose che ripetono da anni ad ogni comizio o peggio ad ogni lezione o convegno. La seconda è composta da “quelli ai quali conviene la conservazione”: ogni cambiamento muta assetti di potere e vantaggi, tocca rendite di posizione. C’è chi non vuole semplicemente abbandonare uno status perché ci vive e pure bene. Terza, “quelli che usano i referendum per far cadere i governi” o i leader ai quali non sanno fare opposizione in altro modo, come accadde nel 2016 a Renzi e come per alcuni dovrebbe accadere con il No alla Meloni. Decida lei chi è peggio delle tre categorie. Io, per non sbagliare, le combatto tutte e tre da sempre e lo faccio quando si vota, quando si parla, quando si scrive e quando di sceglie che vita fare e chi essere.

Infine, professore: perché votare serenamente sì?Perché chi ha scritto la Costituzione ha previsto che potesse essere aggiornata per evitare che invecchiasse indebolita dal tempo e visto che la realtà di quel momento storico sarebbe nei fatti cambiata negli anni; perché si rafforza la libertà delle persone e dei magistrati e con essa si consolida la Costituzione in coerenza con le sue altre norme. Perché la politica adotta le norme e i giudici le applicano senza che tra i due ci deve essere uno che “comanda sull’altro” e questo principio fondamentale non solo non è toccato, ma neppure potrebbe esserlo perché, come ha detto la Corte costituzionale nel 1988, è tra i valori non revisionabili e questo resta dove è.  Serenamente perché non è una guerra politica, ma un gesto di civiltà giuridica: evitare le degenerazioni delle correnti che il presidente Mattarella ha più volte duramente stigmatizzato in questi anni dopo il cosiddetto caso “Palamara” che tanto ci ha raccontato. Penso ai miei laureati che ora fanno i magistrati o stanno studiando per farlo: a loro dobbiamo consegnare le migliori condizioni per fare al meglio un lavoro delicato al servizio della libertà e della Repubblica. E della Costituzione che, mai dimenticarlo, non è una bandiera di parte di cui abusare impropriamente dal punto di vista culturale e comunicativo.

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