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No, la Cina non sta diventando una superpotenza green
Molti in Occidente guardano con ammirazione al presunto dominio della Cina nell’energia verde. «La Cina sta diventando una superpotenza verde», titolava la Bbc il mese scorso. «Il trionfo verde della Cina», rilanciava il New York Times.
È vero: la Cina produce in massa pannelli solari, turbine eoliche, veicoli elettrici e batterie che invadono i mercati globali — prova, dicono i suoi sostenitori, di una transizione verde inevitabile. Ma questi presunti successi nascono all’interno di un utilizzo massiccio e crescente di combustibili fossili, in particolare del carbone. I veri risultati energetici della Cina — l’enorme aumento dell’energia per alimentare la crescita e i progressi nel nucleare — restano invece poco considerati.
I pannelli solari? Dipendono dal carbone
Nel 2025 il mondo ha investito 2,3 trilioni di dollari nell’energia verde. Oltre un terzo di questa cifra, circa 800 miliardi, proviene dalla Cina, quasi quanto Stati Uniti e Unione Europea messi insieme. Ma la quantità di spesa non è una buona misura della qualità degli investimenti.
Dopo la crisi del settore immobiliare, i capitali si sono riversati nell’industria dei pannelli solari, creando una gigantesca sovrapproduzione. La capacità produttiva cinese è oggi più che doppia rispetto al mercato globale, e ogni segmento della filiera solare ha registrato perdite nel 2024, con margini spesso pari a meno 20 per cento o peggio, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia. Più di 40 aziende sono fallite e il settore ha tagliato un terzo della forza lavoro. E soprattutto, la produzione di pannelli solari dipende dal carbone: ogni impianto per la lavorazione del silicio richiede una propria centrale elettrica a carbone.
Gli investimenti si stanno ora spostando sulle auto elettriche, diventate un pilastro economico per le amministrazioni locali un tempo dipendenti dalla vendita di terreni e dalle imposte immobiliari. Il settore automobilistico e i servizi collegati rappresentano oggi un decimo del pil cinese. Anche qui la sovraccapacità è enorme: secondo una previsione, entro il 2030 solo 15 dei 129 marchi attuali di auto elettriche sopravvivranno.
La Cina e il bluff delle auto elettriche green
La Cina vuole ridurre la dipendenza dal petrolio importato, per questo i consumatori acquistano quasi due terzi di tutte le auto elettriche vendute nel mondo — spinti da Pechino e attratti da prezzi bassissimi dovuti all’eccesso di produzione. Tuttavia, le batterie sono prodotte utilizzando energia da carbone e vengono ricaricate su una rete dominata dal carbone. Una stima recente mostra che, lungo l’intero ciclo di vita, un’auto elettrica cinese emette tra l’85 e il 90 per cento della CO₂ di un’auto a benzina. Inoltre, queste auto vengono utilizzate meno delle vetture tradizionali, distribuendo il “debito di carbonio” su meno chilometri e aumentando così le emissioni per chilometro.
Le auto elettriche non aiutano nemmeno a ridurre l’inquinamento dell’aria. Uno studio ha rilevato una diminuzione degli ossidi di azoto di circa l’1 per cento, ma un aumento molto più pericoloso di anidride solforosa e particolato, rispettivamente del 10 e del 20 per cento. Il boom delle auto elettriche in Cina farà aumentare ulteriormente questi inquinanti. Senza un cambiamento radicale, persino le emissioni di CO₂ continueranno a crescere.
Quattro secoli per una transizione completa
Nel 2025 la Cina ha aggiunto una capacità record di energia solare ed eolica, ma allo stesso tempo ha pianificato un numero senza precedenti di nuove centrali a carbone. La Cina resta il principale consumatore mondiale di carbone, con i combustibili fossili che coprono oltre l’87 per cento del fabbisogno energetico primario. Le rinnovabili rappresentavano il 40 per cento nel 1971, quando il paese era povero, ma sono crollate al 7,5 per cento nel 2011. Da allora sono risalite lentamente a poco più del 10 per cento. A questo ritmo, una transizione completa richiederebbe quattro secoli. I dati più recenti dell’Agenzia internazionale dell’energia per il 2023 mostrano che la Cina ha aggiunto cinque volte più carbone che energia solare ed eolica.
Due lezioni per l’Occidente dalla Cina “green”
L’immagine della Cina come superpotenza delle rinnovabili è dunque in gran parte propaganda ecologica. Tuttavia, dalle politiche energetiche di Pechino si possono trarre due lezioni importanti.
La prima è che la Cina ha aumentato enormemente il proprio consumo energetico — diventando più ricca. L’Occidente, soprattutto l’Europa, dovrebbe abbandonare le proprie restrizioni autoimposte sull’energia e seguire questo esempio. Si pensi al fracking: fortemente limitato o vietato in Europa, ha permesso alla Cina di aumentare la produzione di gas da scisti di circa il 20 per cento l’anno dal 2017, avviandola a diventare il terzo produttore mondiale e rendendola più resiliente di molte altre economie agli shock dei prezzi, come quelli legati alla guerra con l’Iran.
La seconda lezione è che la Cina sta avanzando rapidamente nelle tecnologie che potrebbero davvero decarbonizzare il pianeta su larga scala: fissione e fusione nucleare. In Occidente, il nucleare tradizionale è diventato proibitivamente costoso, con i costi di costruzione negli Stati Uniti triplicati dagli anni Ottanta. Nel XXI secolo gli Stati Uniti hanno costruito solo tre nuove centrali, con costi enormi e tempi di realizzazione di 11 anni. In Cina, invece, i reattori vengono completati in cinque anni e i costi si sono dimezzati dal 2000. Il paese è passato da 3 reattori nel 2000 a 60 oggi, con 37 in costruzione (quasi la metà del totale mondiale), 42 pianificati e 146 proposti.
Investire nella ricerca nucleare
I reattori di quarta generazione, spesso piccoli e modulari, sono progettati per essere più efficienti, economici, con meno scorie radioattive di lunga durata e maggiore sicurezza intrinseca. Un rapporto stima che la Cina abbia un vantaggio di 10-15 anni sugli Stati Uniti. Il primo reattore di questo tipo è entrato in funzione in Cina più di due anni fa, e il paese sta sviluppando tutte e sei le principali tecnologie di quarta generazione. Nel campo della fusione, la Cina domina per numero di brevetti e ha destinato più risorse di tutti gli altri paesi messi insieme.
Non si tratta della solita corsa alle rinnovabili, ma di una gara per l’energia abbondante. L’Occidente rischia di svegliarsi in un mondo alimentato dai reattori di Pechino, non dalla propria innovazione. La “Cina green” è un mito — ma è tempo che l’Occidente impari dalla sua vera strategia: aumentare l’uso di energia e investire massicciamente nella ricerca nucleare.
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