Ha vinto il no ma noi continueremo a credere nelle ragioni del sì

Tempi in Cisgiordania

Newsletter e rubriche

Esteri Trump Israele Guerra in Ucraina Cina Cristiani perseguitati Terrorismo islamico

Cristiani perseguitati

Politica Governo Milano Giorgia Meloni Elly Schlein Giustizia

Economia Lavoro Auto elettriche Pnrr Inflazione

Ambiente Cambiamenti climatici Green Deal Transizione ecologica Transizione energetica

Cambiamenti climatici

Transizione ecologica

Transizione energetica

Scuola Educazione Parità scolastica

Salute e bioetica Fine vita Utero in affitto Aborto

Chiesa Cristianesimo Leone XIV Papa Francesco Benedetto XVI Luigi Giussani Comunione e Liberazione

Comunione e Liberazione

Società Intelligenza artificiale Pensiero woke

Intelligenza artificiale

Newsletter e rubriche La preghiera del mattino Lettere al direttore La borsa e la vita Squalo chi legge Casca il mondo Cinema Fortunato Il Deserto dei Tartari Memoria popolare Esserci Tentar (un giudizio) non nuoce Il Paese dei Normali Libri in povere parole

La preghiera del mattino

Il Deserto dei Tartari

Tentar (un giudizio) non nuoce

Libri in povere parole

Sfoglia Tempi Sfoglia Tempi digitale Marzo 2026 Febbraio 2026 Gennaio 2026 Dicembre 2025 Novembre 2025 Ottobre 2025 Settembre 2025

Sfoglia Tempi digitale

Home » Giustizia » Ha vinto il no ma noi continueremo a credere nelle ragioni del sì

Ha vinto il no ma noi continueremo a credere nelle ragioni del sì

Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.

Fin dall’inizio della campagna elettorale per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere questo giornale si è schierato convintamente per il Sì.

Il voto di domenica e lunedì scorso, grandemente partecipato (si è sfiorato il 60% dell’elettorato) ha visto il prevalere del No con un significativo vantaggio.

Il popolo in democrazia è sovrano, e quindi bisogna accettare e rispettare il responso delle urne. Ciò non significa però dimenticare le grandi questioni che erano alla base della scelta per il Sì, in particolare quella più importante di tutte e cioè la garanzia della terzietà del giudice e l’eliminazione del potere delle correnti della magistratura sulle carriere e sui provvedimenti disciplinari riguardanti giudici e pubblici ministeri.

In un paese libero si ha il diritto di ribadire questi concetti, e di vigilare affinché il voto per il No, sia pure numericamente così importante, non costituisca ulteriore elemento di rafforzamento del protagonismo di molti Pm e del circuito mediatico-giudiziario che li sostiene, che hanno rovinato la vita di tante persone risultate alla fine del giudizio completamente innocenti.

A Milano i magistrati brindano in sedi istituzionali, a Napoli cantano “Bella ciao” e “chi non salta la Meloni è”: ora l’equilibrio dei poteri, già sbilanciato, si è spostato ancora di più a loro favore.

Per questo motivo continueremo, con le nostre modeste possibilità, nella battaglia garantista e di libertà che caratterizza la linea di questo giornale a tutela dei cittadini e della stessa reputazione e responsabilità dei magistrati. Non dimentichiamo certo che 12 milioni e mezzo di cittadini italiani, cioè oltre il 46% di coloro che hanno esercitato il diritto di voto, hanno votato in senso garantista. Noi, nel nostro piccolo, ci saremo per loro. 

Detto ciò, lo sforzo che bisogna fare è anche l’analisi e la comprensione di questo voto, che è stato per molti versi una sorpresa che ancora una volta i sondaggisti non avevano percepito.

È stata una sorpresa l’alta affluenza al voto, che spazza via tutti i discorsi sulla disaffezione al voto degli italiani e sulla loro presunta indifferenza alle questioni politiche; è stata una sorpresa il fatto che l’alta partecipazione abbia favorito il No invece che il Sì, come era stato detto, sempre sbagliando, da molti sondaggisti; è stata una sorpresa l’alta partecipazione dei giovani, prevalentemente schierati con il No.

Come sempre un fenomeno di queste dimensioni non ha una sola spiegazione ma molti elementi e cause che lo determinano.

Proviamo a fare qualche riflessione e a dire al riguardo la nostra. Come tutte le interpretazioni è opinabile e può essere non condivisa, anche se l’analisi dei flussi elettorali e le tecniche ormai sofisticate di analisi del voto aiutano ad un’interpretazione.

Il No vince quasi ovunque tranne che nelle tre regioni del Nord industriale, Lombardia, Veneto e Friuli; e in tutte le provincie piemontesi tranne che a Torino che, come tutte le grandi città d’Italia, vota No.

Vince in tutte le classi di età e in particolare tra i giovani.

Vince in tutte le classi sociali anche tra i più abbienti, che votano compattamente per il No.

Questa generalizzazione del voto conferma la pluralità delle motivazioni e delle determinanti. 

Come sempre (era già successo nel 2016 con il referendum di Renzi sulle modifiche costituzionali) prevale un elemento di conservazione e di contrarietà a ogni modifica della Costituzione, che viene letta come una modifica nella distribuzione dei poteri dello Stato e come una manifestazione di autoritarismo e di volontà di pieni poteri. In realtà la sinistra che esulta per il No, pur dicendosi riformista e progressista, non vuole né riformare né progredire, e vede la modernizzazione del Paese come un pericolo. La narrazione va in questa direzione e probabilmente ha sfondato tra i giovani. Paradossalmente i giovani, che dovrebbero essere i più interessati a un futuro moderno e di progresso, si iscrivono in uno schema di conservazione.

Un altro elemento che sicuramente ha determinato la vittoria del No è stato un generalizzato voto di protesta che caratterizza il comportamento di larga parte dell’elettorato italiano da molto tempo. È stato così con la vittoria di M5S e della Lega nel 2018 ed è stato parzialmente così per la vittoria della Meloni del 2022.

Oggi si rivolge contro il governo Meloni la protesta alimentata da una posizione della sinistra che sulle vicende di politica estera ha appoggiato i movimenti giovanili pro-Pal a tal punto da non riuscire ad approvare in Parlamento un ordine del giorno sull’antisemitismo di Del Rio, senatore del Pd non appoggiato dal suo partito; e che però non è riuscita, o non ha voluto, promuovere mobilitazione analoga sulla brutale repressione interna del regime iraniano.

È stata una campagna referendaria che più che al merito del problema è stata ‘contro’ e, come è noto, nel nostro Paese le campagne ‘contro’ riscuotono molto più consensi delle campagne ‘per’; si pensi ai Comitati di ogni genere e tipo che in materie di grandi opere infrastrutturali e ambiente dicono sempre No a tutto.

Infine c’è un elemento di incertezza, di fragilità e di apprensione che in un momento internazionale così difficile colpisce tutte le opinioni pubbliche europee, quella italiana inclusa, e che trae origine dal drammatico declino europeo. Un’angoscia sul futuro, una grave preoccupazione dei padri che per la prima volta da molto tempo pensano che i loro figli vivranno peggio di loro, e dei figli che vedono svanire le certezze e il benessere della generazione precedente e percepiscono, con apprensione, un futuro sempre più difficile e incerto. 

In questo quadro lo spettro della guerra e il timore per le sue conseguenze, che certamente hanno giocato un ruolo, non hanno favorito la Meloni che con coraggio ha sempre confermato un approccio atlantico nonostante le difficoltà della presidenza Trump (dazi e guerra in Iran).

Infine c’è un tema che riguarda l’azione di governo. All’abilità e alla corretta postura di Giorgia Meloni a livello internazionale, che le sono valse reputazione e considerazione generalizzata, e alla capacità di rimettere i conti in ordine del suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, spesso non ha corrisposto altrettanta efficacia in molti settori della vita pubblica, a partire dalle grandi questioni che da decenni affliggono il Paese: sanità, scuola, esodo all’estero di giovani formati dalle nostre scuole e università, scarsa crescita economica nonostante il Pnrr, difficoltà di vasti settori industriali afflitti dall’alto costo dell’energia.

Governare è difficile e riformare l’Italia ancora di più. Ma fare un salto di qualità è necessario; occorre farlo sforzandosi di mettere in campo efficienza, competenza e inclusione.

L’Italia è, nonostante tutto, un grande Paese e ha davanti a sé, anche in questo momento così difficile dal punto di vista geo-politico, grandi opportunità per la sua storia, la sua collocazione geografica mediterranea, le sue capacità industriali, la sua capacità di dialogare con tutti.

Ecco, il tema del dialogo è centrale. Lo spirito pionieristico e inclusivo del Piano Mattei, una delle migliori iniziative del Governo Meloni, forse dovrebbe essere applicato anche alla politica, all’economia e alla società interne.

«I partiti di maggioranza hanno sbagliato la campagna per il Sì al referendum?

«E ora, a più di metà Paese che non si fida dei magistrati la sinistra cosa p

Referendum. Ha vinto lo status quo

Perché quella della magistratura è una «riforma epocale»

Non ci sono ancora commenti.

I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!

Iscriviti alla newsletter

Dichiarazione di accessibilità

Sfoglia Tempi digitale

Abbonati con carta di credito

Abbonati con bonifico/bollettino

Regala un abbonamento full

Regala un abbonamento digitale


© Tempi