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A 21 anni si porta addosso l’onore e onere di essere “il Dio dei quadrupli”. Lo statunitense Ilia Malinin doveva vincere l’individuale maschile di pattinaggio di figura. È l’unico atleta al mondo in grado di completare un quadruplo axel, alle Olimpiadi di Milano Cortina l’oro gli spettava per un diritto acquisito di eccellenza e aspettative. È caduto due volte, classificandosi ottavo. Ne è seguito il clamore che tocca a chi fallisce “in grande”, non una sbavatura o due, ma proprio un crollo. Sugli spalti, a guardarlo, c’era la ginnasta Simone Biles che tanto avrebbe da dire in merito. Si è moltiplicata la retorica contro la pressione da performance, artefatta tanto quanto quella che ci sorbiamo, di solito e ovunque, sul dare il meglio di sé. Asfissiati dalla logica dei talent show, controbilanciamo con antidoti romantici sul bello di fallire. Ma lo sport è un contesto diverso, da cui in molti casi potremmo imparare che la competitività non è la brutta bestia del mors tua vita mea. Una ...

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