Valbruna, l’acciaio che va nello spazio è fermo al semaforo europeo
L’industria c’è, e funziona, e fattura. Dall’altro lato, l’amministrazione locale sta solo applicando una norma europea che ha già spettinato il mercato italiano (spesso per il meglio). La crisi delle Acciaierie Valbruna di Bolzano sta tutta qui: in una controversia nella quale nessuno ha del tutto torto, ma in cui gli unici a non vedere riconosciute le loro ragioni rischiano di essere i 580 operai dell’azienda altoatesina.
La crisi che ha colpito Valbruna nell’autunno del 2025 è un caso di studio interessante per comprendere la complessa intersezione tra sovranità produttiva nazionale, regimi amministrativi locali e normativa comunitaria sulla concorrenza. La vicenda trae origine non da un’insolvenza di mercato o da una carenza di competitività, bensì da una problematica di natura amministrativa, scaturita dall’applicazione della Direttiva 2006/123/CE, meglio nota come Direttiva Bolkestein.
L’accaduto ha innescato una reazione corale delle rappresentanze dei lavoratori, preoccupate che un nodo burocratico potesse distruggere decenni di storia industriale: così le sigle sindacali FIM CISL, FIOM CGIL e UILM hanno dato vita a una serie di mobilitazioni che hanno visto negli scioperi del 12 gennaio 2026 il loro momento di massima visibilità. La protesta ha assunto anche un valore simbolico: gli operai hanno mantenuto un presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di via Volta anche durante le festività natalizie del 2025, trascorrendo il Natale in fabbrica per ribadire il legame indissolubile tra il territorio e l’acciaieria.
Nel complesso, la posta in gioco riguarda la salvaguardia di 1.800 lavoratori diretti (tra Bolzano e Vicenza) e di un indotto stimato in circa 7.000 unità. Ma il modo in cui la questione è nata e si è articolata merita particolare attenzione, e lo ricostruiamo nella nostra analisi.
Partiamo da un presupposto fondamentale: l’acciaieria andava bene, anzi benissimo. La produzione e il fatturato, per una volta, non c’entrano nulla con la crisi.
Non a caso il Gruppo Valbruna, controllato dalla famiglia Amenduni, è un pilastro della produzione siderurgica italiana, ai vertici del mercato internazionale con una specializzazione nell’acciaio inossidabile e nelle leghe speciali. La società mostrava indicatori economici di assoluta solidità, con un fatturato di gruppo che superava il miliardo di euro nel 2024. Lo stabilimento di Bolzano, acquisito negli anni Novanta, è il fulcro tecnologico dove vengono realizzati semilavorati e prodotti finiti ad altissimo valore aggiunto, destinati a mercati caratterizzati da elevata qualità e precisione metallurgica.
L’importanza economica dello stabilimento di Bolzano deve essere valutata non solo in termini di fatturato diretto, pari a circa 400 milioni di euro annui, ma anche attraverso l’integrazione verticale con l’altro grande sito produttivo del gruppo, situato a Vicenza. Esiste una sinergia operativa indissolubile tra i due poli: i cicli produttivi sono interdipendenti, e una fermata forzata del sito di Bolzano comporterebbe inevitabili ripercussioni sulla capacità operativa e sui livelli occupazionali dello stabilimento veneto, che impiega circa 1.200 addetti.
A differenza della siderurgia di massa, il sito di Bolzano è orientato verso la produzione di acciai speciali destinati a settori strategici. La continuità produttiva è considerata un interesse nazionale poiché i prodotti Valbruna sono........
