La terza età del lavoro
Ha 62 anni, è nata nel 1964 e il nome potete sceglierlo voi. La persona che vi chiedo di immaginare non esiste davvero, ma è ovunque, perché la sua è la classe d’età più numerosa del Paese: quasi un milione di individui ancora in vita, che presidiano un posto di lavoro e aspettano una pensione più da divinare che da calcolare, tra cambiamenti in corsa e bizantinismi fiscali.
Questa persona collettiva è utile a capire che età ha, il lavoro, in Italia. Se lo sente nelle ossa, l’Italia, il lavoro; ce l’hanno fondata e sfondata su quel presupposto, ma oggi, con la curva statistica che piega in basso il sorriso della demografia, ne sente il peso come non mai. Il lavoro è ancora il suo destino: finché la persona che abbiamo immaginato lavora, il Paese Italia esiste – gli autobus circolano, i rifiuti vengono ritirati, il pane arriva sugli scaffali, con tutto il fluire di tasse e contributi che ne consegue. Ma è una finzione destinata a durare poco, e una data di scadenza esiste: il 2032, quando la classe 1964 compirà 68 anni e pretenderà, tutta insieme, la pensione o l’assegno sociale. Ne ha parlato il giornalista Marco Esposito in Vuoto a perdere (Rubbettino, 2024), un viaggio acuto e ricco di dati dentro il collasso demografico italiano.
Due anni dopo il libro, i rapporti annuali di ISTAT (21 maggio) e INPS (9 luglio) dicono in che misura quella profezia sia già arrivata nei luoghi di lavoro. La classe lavoratrice italiana sta invecchiando, sì; ma di quanto, a che velocità, per quali peccati originali? Alle prime domande rispondono i numeri; per l’ultima bisogna tornare alle culle.
I dati più completi sono quelli dell’INPS, che conta chiunque abbia versato almeno un contributo nell’anno: 27,24 milioni di persone nel 2025, circa il 95% di chi lavora in Italia. Tra il 2014 e il 2025 gli assicurati con 55 anni e più sono passati da 4,64 a 7,58 milioni: 63,6%, quasi tre milioni di persone, circa 730 in più al giorno per 11 anni. Nello stesso periodo la fascia tra i 35 e i 54 anni, il nucleo centrale della produttività aziendale, ha perso oltre 1,25 milioni di lavoratori (-9,2%), mentre gli under 35 crescevano di 860.000 unità, spesso nel pantano della precarietà.
Così, oggi più di un lavoratore su quattro ha almeno 55 anni: il 27,8%, contro il 18,8% del 2014. Il dato più eloquente, però, si ricava con una sottrazione: l’intera platea è cresciuta di 2,55 milioni di persone, meno dei soli over 55, e sotto quella soglia d’età gli assicurati sono circa 400.000 in meno di 11 anni fa. In estrema sintesi, tutta la crescita del lavoro assicurato INPS (e anche qualcosa di più) ha i capelli bianchi.
L’ISTAT, con un’indagine campionaria, arriva alla stessa conclusione: la crescita dell’occupazione è stata trainata dagli occupati con 50 anni e più, ormai il 42% del totale, e l’età media di chi lavora è salita a 45,6 anni, 4,6 in più che nel 2007. Le generazioni numerose invecchiano al lavoro, mentre quelle che entrano sono sempre più esangui; tengono in piedi i numeri i lavoratori nati all’estero, saliti al 15,7% degli assicurati, con quelli extra UE che da soli valgono circa metà dell’aumento complessivo.
Per capire da dove arrivi tutto questo bisogna tornare all’anno citato nell’apertura. Nel 1964 in Italia nacquero 1.035.207 bambini, più del doppio dei morti: un saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, di 547.000, il migliore della storia unitaria. È diverso dal record delle culle, che è del 1920; quello del 1964 misura il margine con cui la vita ha battuto la morte, e........
