Medio Oriente: stabilità nella strategia di Trump

Il miglior modo di festeggiare l’ottantesimo compleanno: l’accordo tra Stati Uniti e Iran. Al trentanovesimo annuncio di Donald Trump, o forse al quarantesimo, dovesse ribadirlo dopo l’ennesimo ‘distinguo’ – ma il più flebile -- percepito nella eco dell’ultima riunione dei chierici del fondamentalismo sciita. Svoltasi, facile a immaginare, in una qualche funerea sala capitolare di Teheran dov’erano rimbombate le esplosioni, a mo’ d’incoraggiamento, dei missili made in Usa. Firma a Ginevra, storica capitale dei compromessi internazionali, fatui o longevi.Tutti, nell’uno e nell’altro campo dei contendenti, a gridare vittoria. La verità è che s’accontentano. Se la sono cavata tutti. E seppure il fuoco della guerra resterà a covare sotto la cenere, come sempre avviene nelle guerre-a-metà, che s’interrompono per tregue o armistizi, senza vincitori totali a dettare agli sconfitti le condizioni della resa e della futura convivenza.  Non avesse quel modo davvero irritante di declamare e contraddirsi e insistere e accusare, con quel ricco contorno di superlativi e iperboli, a Donald Trump bisognerebbe riconoscere una capacità non comune di adeguarsi con duttilità alle situazioni mutevoli. Iran e Ucraina lo testimoniano. Punta a ripetere, a Teheran, quanto ha fatto a Caracas: controllare il governo di un Paese senza impiegare armi tattiche nucleari, néaffrontare uno scontro ‘convenzionale’ lungo e quindi insopportabile per i suoi compatrioti che si concluda come tutte le guerre-a-metà nelle quali gli Stati Uniti si sono impegnati: dall’Europa........

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