Grosso: “Non farò politica, torno dai miei studenti”

Il presidente onorario del Comitato nazionale Giusto Dire No, Enrico Grosso

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Roma – Ha girato tutta l’Italia, toccando quindici regioni su venti e diventando, praticamente, il frontman della campagna per il No al referendum sulla riforma della giustizia. Un successo, anche personale, rispetto al quale il professor Enrico Grosso, avvocato, docente all’Università di Torino, nonno sindaco e padre, Carlo Federico, tra i maggiori penalisti italiani, si schermisce con sabauda sobrietà e con qualche “non esageriamo”.

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Qual è la molla che ha portato al voto così tante persone?

"Gli italiani e soprattutto i giovani hanno percepito che la Costituzione, patrimonio comune della Repubblica, non si cambia così. Va preservata e conservata, che non vuol dire che non può essere modificata, ma queste modalità evidentemente hanno suscitato prima la perplessità e poi il rifiuto da parte di molte persone, che magari non vanno più nemmeno a votare alle elezioni politiche, ma che per una cosa del genere sono ancora disposti a mobilitarsi”.

Non era, quindi, un referendum super tecnico come si diceva?

"Era un referendum costituzionale. Abbiamo avuto bisogno di tempo e di spazio per poter spiegare bene agli italiani qual era la vera posta in palio, credo che alla fine di novembre pochissime persone avessero capito che cosa significassero quelle norme e lì si diceva che erano supertecniche. Quando, però, abbiamo cominciato a spiegare che dietro c’erano dei principi costituzionali fondamentali le persone hanno iniziato a capire. Erano anni che non vedevo così tanta gente disponibile a uscire di casa e ad andare in una piazza, in un teatro o in una parrocchia per ascoltare e fare domande a noi. Si dice che ormai le campagne elettorali si fanno sui social non è così”.

Si sono dimessi il sottosegretario Delmastro e la capo di gabinetto di Nordio Bartolozzi. Effetto referendum?

“Non credo che le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro siano la conseguenza del risultato referendario, mi piace pensare che siano la conseguenza della valutazione politica che all’interno del governo è stata fatta sulle frasi che hanno pronunciato e sui comportamenti che hanno tenuto”.

Lei è stato il frontman della campagna per il No, qual è il segreto di questo successo?

"Non lo chieda a me, io mi sono messo a disposizione, era la prima volta che facevo una cosa del genere, devo dire che, forse, mi ha aiutato il fatto che da trent’anni insegno agli studenti del primo anno di università, ho imparato a farmi capire da giovani che per la prima volta si avvicinano al diritto”.

Ha mai pensato di fare politica?

"Assolutamente no. Voglio solo tornare alla mia vita accademica, ai miei studenti, agli studi, non vedo l’ora di ritornare a lezione, domani mattina alle 10”.

Ci sono state polemiche sul modo in cui, in alcuni tribunali, si è festeggiata la vittoria del No, cosa ne pensa?

“Personalmente ho un modo più sobrio di festeggiare, dopo di che posso anche capire che dopo tre mesi di campagna referendaria così dura e con così tante tensioni qualcuno si sia lasciato andare, non ne farei un dramma. Ovviamente ricordo che i magistrati sono un potere dello Stato e devono dimostrare quotidianamente sobrietà e serietà”.

La giustizia italiana ha bisogno di una riforma?

“Ha bisogno di interventi normativi da fare in modo serio, mettendosi tutti intorno a un tavolo e ricominciando a parlarsi. Ci si è dimenticati che i Parlamenti si chiamano così perché sono i luoghi in cui ci si parla. La maggioranza che ha voluto questa riforma ha completamente scordato di parlare con l’opposizione, di trovare delle soluzioni condivise. Mi auguro che questa batosta elettorale sia di insegnamento”.

Cosa l’ha emozionata di più?

"I molti incontri, anche in città piccolissime, le persone che gremivano le sale, inaspettatamente venute ad ascoltarci: ci facevano domande e non se ne andavano più. Ho ripreso gusto all’esercizio della cosa pubblica”.

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