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Cubo nero di Firenze, quindici gli indagati. Tra i nomi ci sono manager, progettisti e archistar: ecco chi sono

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24.04.2026

Il cubo nero di Firenze: sono 15 gli indagati nell'inchiesta sulla realizzazione dell'opera (Foto Gianluca Moggi/ NewPressPhoto)

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Firenze, 24 aprile 2026 – Due manager delle proprietà e due membri della soprintendenza. Tre progettisti. Quattro componenti della commissione paesaggio del Comune di Firenze e quattro dirigenti della direzione urbanistica di Palazzo Vecchio. Sono gli indagati nell’inchiesta sul ‘cubo nero’, il complesso residenziale di lusso sorto sulle ceneri dell’ex teatro Comunale. Le accuse ipotizzate, a vario titolo, sono falso, falso ideologico in atto pubblico, abuso edilizio e violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio in concorso.

Chi sono gli indagati

I nomi iscritti sul registro degli indagati, a cui sono stati notificati gli avvisi a comparire, sono in totale 15: c’è l’ex soprintendente Andrea Pessina, l’archistar milanese Vittorio Grassi, l’allora direttore generale di Cassa depositi e prestiti depositi Investiment Sgr (proprietaria fino a febbraio 2020 dell’immobile), Marco Sangiorgio, il manager senior della Savills (attuale proprietaria dell’ex Comunale), Alessandro Rendina. Ci sono anche Stefano Boninsegna e Enrico Santi, due progettisti incaricati dalla proprietà, e Francesca Fabiani, funzionaria della soprintendenza, nonché responsabile del procedimento amministrativo del nuovo complesso in riva d’Arno. Sul fronte comunale, gli indagati sono Stefania Fanfani, dirigente della direzione urbanistica, Elisabetta Fancelli, dirigente della direzione edilizia privata, Annalisa Pontenani, responsabile del procedimento amministrativo per il rilascio del permesso a costruire e Eleonora Cisternino, dirigente servizio amministrativo urbanistica. Quattro, infine, i membri della commissione paesaggio del Comune di Firenze alle quali è stato notificato l’avviso di garanzia, sono: Michele Martino, relatore della commissione, e tre componenti Alessandro Foggi, Goretta Adele Caucci, Alessandro Bellini.

Ha risposto alle domande dei pm l’ex soprintendente Andrea Pessina. Nei giorni scorsi si è recato in procura a Firenze e ha fornito la sua versione, respingendo le accuse. Si sono invece avvalsi della facoltà di non rispondere – come quasi tutti gli altri indagati – l’architetto Grassi (che ai nostri microfoni ha preferito trincerarsi dietro un “no comment”), i progettisti e la proprietà.

Gli episodi sotto la lente

L’indagine, diretta dal procuratore capo Rosa Volpe e dall’aggiunto Marilù Gattelli, fa perno su documenti e relazioni prodotti (o mancanti) dal 2018 a oggi. Delibere, pareri e progetti che per l’accusa avrebbero cambiato forma e sostanza da quando sono stati presentati nel piano di recupero (2018) a quando sono stati approvati e avviati (2021), portando alla demolizione dell’ex Comunale e alla costruzione dei tre blocchi che svolgono sia attività alberghiera sia di ’serviced apartments’.

Ai tre progettisti di fama nazionale, gli inquirenti contestano di aver firmato “la richiesta di autorizzazione paesaggistica” a fine gennaio 2020, comprensiva degli , recante un “progetto diverso rispetto a quello approvato in sede di piano di recupero” nel 2018 e contenente “varianti sostanziali alle norme tecniche di attuazione”.

L’elaborato tecnico, si legge nell’informazione di garanzia con l’imputazione provvisoria, sarebbe stato poi ulteriormente integrato e modificato tramite interlocuzioni “dirette” tra Boninsegna e la funzionaria della soprintendenza, Fabiani, che sarebbe stata “sollecitata” all’adozione del parere positivo. Parere che per gli inquirenti sarebbe stato rilasciato in maniera alquanto “anomala” considerato l’impatto della costruzione sulla zona e sullo skyline dell’intera città: dopo i “motivi” ostativi iniziali, nel giro di poche settimane è arrivato il via libera con una “stringata” spiegazione (ritenuta “falsa”). A Pessina e Fabiani, la procura contesta infatti, l’aver “ritenuto falsamente” che l’intervento proposto “fosse compatibile con il vincolo” del 1953 che dichiara di notevole interesse pubblico le zone delle rive dell’Arno, sebbene le opere fossero “in contrasto con le prescrizioni”, mentre l’intervento “non risultava compatibile paesaggisticamente con il contesto d’inserimento”. Omettendo inoltre di rilevare che il progetto presentato nel 2020, fosse “sostanzialmente diverso da quelli approvati nel 2018” nel piano di recupero allegato alla delibera del consiglio comunale del 2018. Soprattutto per quello che riguarda volumi ed altezze: secondo l’accusa, sarebbero stati “aggiunti due piani” a uno dei blocchi del complesso.

Ai membri della commissione paesaggio, gli inquirenti contestano l’aver “formato il parere favorevole” in merito alla richiesta di autorizzazione paesaggistica con “falsità ideologica”, attestando che le “opere da realizzare fossero compatibili con il contesto paesaggistico di riferimento”, quando sarebbero invece contrarie ai dettami “del piano paesaggistico regionale” e del decreto ministeriale del 1953. Per i quattro dirigenti della direzione urbanistica, infine, l’accusa è quella di “aver contribuito alla formazione del permesso di costruire” del 2021, affetto dal “falsità ideologica”, in quanto gli interventi “si ponevano in contrasto” con vincoli e disposizioni perché modificate nel corso dell’intero iter.

Per quasi tutti gli indagati, il reato di abuso edilizio si consuma quando dall’iter burocratico si passa alla realizzazione del complesso residenziale (è escluso l’ex manager di Cdp).

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