Adam Smith e l’intelligenza artificiale. La nuova ricchezza delle nazioni

Charlot in Tempi moderni, il capolavoro scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin nel 1936

Roma, 25 marzo 2026 – Marzo 1776. Duecentocinquanta anni fa, Adam Smith pubblicava Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni. L’opera – che il tempo abbreviò in La ricchezza delle nazioni – gli meritò la fama di padre dell’economia e del capitalismo.

Lodato dagli animal spirits di ieri e di oggi. Criticato dagli altri. Non previde la rivoluzione industriale alle porte del suo tempo, né le storture di un certo capitalismo. Ma con le sue idee ci confrontiamo ancora e il suo pensiero ha molto da dire nell’era dell’intelligenza artificiale, pietra filosofale che promette l’alchimia di trasformare i dati in oro, il silicio in potere. La nuova ricchezza delle nazioni.

Adam Smith è considerato l’ideatore della mano invisibile del mercato, ritenuta capace di autoregolarsi, presupponendo che la rincorsa alla soddisfazione degli interessi personali producesse il benessere collettivo. In realtà, l’illuminista di Kirkcaldy cita la mano invisibile solo una volta in tutta l’opera, ma fu il primo a mettere a fuoco che la divisione del lavoro – concetto già presente nella storia del pensiero, da Platone in poi – sia un motore di crescita e produttività. Criticato per questo, per esempio da Karl Marx, che ritenne la divisione del lavoro e il capitalismo causa dell’alienazione dei lavoratori, tanto lucidamente impersonata dal genio di Charlie Chaplin in Tempi moderni, nel 1936, 90 anni fa, 160 anni dopo La ricchezza delle nazioni.

Smith descrisse la divisione del lavoro e la sua specializzazione come un modo efficiente per aumentare crescita e produttività. Così come oggi si dice possa fare l’Intelligenza artificiale. Con la Rivoluzione industriale di là da venire, il pensatore scozzese fu in fondo il primo a indagare l’impatto delle macchine sulla produzione di manufatti. Per spiegarne i benefici, portò ad esempio la fabbricazione degli spilli: un solo individuo dovrebbe estrarre la materia prima e occuparsi da solo di tutte le fasi della lavorazione. Risultato: produrrebbe pochi spilli. Ma se ogni fase del lavoro verrà svolta da più artigiani specializzati, saranno prodotti più degli spilli che sarebbero fabbricati dallo stesso numero di persone, nello stesso tempo, se ciascuno lavorasse da solo.

Il nuovo processo, poi, indurrebbe la costruzione di macchine: costruire macchinari diventerebbe un lavoro e un’industria. Ogni lavoratore sarebbe specializzato nella sua funzione, ma, scrive Smith, proprio per superare l’insoddisfazione e la monotonia (l’alienazione) avrebbero importanza fondamentale istruzione e formazione che dovrebbero essere finanziate dallo Stato.

L’attualità del pensiero è evidente: la formazione, la caccia alle menti più brillanti anima la concorrenza tra le big tech nella corsa all’intelligenza artificiale. All’IA, si teorizza, potrebbero poi essere affidate tutte quelle mansioni monotone, a scarso valore aggiunto, lasciando tempo a creatività e talento. D’altra parte, dell’idea di macchine a cui il genere umano delega determinati lavori, è piena la fantascienza: robot deriva dalla parola ceca robota che significa “lavoro faticoso“ e fu utilizzata dallo scrittore Karel Capek nell’opera fantascientifica R.U.R., per indicare gli automi che lavoravano al posto degli operai. Dai replicanti di Blade Runner ai droidi di Star Wars. Macchine a volte ribelli, dilemma esistenziale, con le guerre in corso, che portano ai limiti dell’autonomia etica dell’IA.

Adam Smith era un convinto sostenitore del libero mercato e della concorrenza. Fortemente critico con il protezionismo della sua epoca. Si può supporre lo sarebbe altrettanto con i dazi americani. Innegabile, però, che il pensiero di Smith sia uno dei fondamenti del neo liberismo – oltre che di taylorismo e fordismo – celebrante il laissez-faire e la mano invisibile del mercato. "Smith non ritiene necessariamente che gli uomini siano egoisti – spiega Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni che ai 250 anni della Ricchezza ha dedicato un ciclo di incontri – ciascuno legittimamente desideroso di un salario migliore per sostenere i propri consumi e una vita migliore. Tutto ciò che scrive è scritto avendo in mente l’interesse dei consumatori e pensando, e questa è una vera cesura storica, che la ricchezza delle nazioni sia quella di chi ci vive, non dei sovrani che vogliono ammucchiare oro nei loro forzieri. Smith sostiene però che, affinché le persone possano cooperare, fra estranei l’unico principio regolatore possibile per quella cooperazione sia l’autointeresse".

Oggi la ricchezza di una comunità, sono anche i dati. I forzieri sono di Big tech. Siamo sulla scia di un altro percorso indicato da Smith dimenticato e di grande valore contemporaneo. Lo indicò in Teoria dei sentimenti morali, pubblicata nel 1759. Opera nella quale scrive: "Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale ognuno può correre con tutte le proprie forze per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. La società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro".

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