Viaggio nella frana che spezza l’Italia, le strade deserte e i navigatori in tilt: “Questa terra bellissima non sta mai ferma”

La frana a Petacciato

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Articolo: Frana di Petacciato, chiusa l’A14: “Mesi per ripristinare la viabilità in Molise”. Treni fermi, chiuse le scuole a Campobasso

Petacciato (Campobasso) – La prima cosa che cogli, arrivando a Petacciato, è il silenzio. Non quello pacifico dei paesi molisani che nel pomeriggio sembrano intorpiditi. È un silenzio diverso, un’aria sospesa che ha il sapore dell’isolamento. La frana di Petacciato si è risvegliata, come un terrorista dormiente tornato a colpire. Lo hanno avvertito i sensori nella notte tra il 7 e l’8 aprile. Un fremito nel sottosuolo, poi le telefonate, i protocolli, le sirene mute della burocrazia dell’emergenza.

Quando si arriva in zona, l’autostrada A14 è già chiusa in entrambe le direzioni tra Vasto Sud e Termoli. I binari dell’Adriatica, là in basso, sono storti come la ferrovia cubista di Kandinsky. Le strade sono quasi deserte, dopo le code deliranti di Pasquetta: raggiungerle però è un rally tra dossi e muretti a secco. “Sono partito da San Salvo alle 12, ho fatto la Trignina per Montenero, poi andrò giù sul Sinarca fino a Termoli. Mi gira la testa solo a pensarci”, spiega Luigi Colacrai, fermo a fumare sul ciglio.

Tanto è inutile affrettarsi. Chi viene da Roccaraso è obbligato per Casoli e SS84. I navigatori vanno in tilt, anche Waze si arrende al caos ed è meglio chiedere indicazioni a ogni imbocco di strada poderale, per non finire dentro un fosso o in uno sterrato che sbuca in un granaio. Michele Caporusso ha settantadue anni e una casa a trecento metri dal fronte del movimento. Sta seduto su una sedia di plastica verde davanti al portone, sentinella con le mani intrecciate sulle ginocchia. “Mio padre mi diceva: questa terra non sta mai ferma. Mio nonno diceva la stessa cosa. Adesso lo dico io a mio figlio, e lui mi risponde che si vuole trasferire a Bologna”. Sorride appena, rassegnato. “Forse ha ragione”.

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Non è la prima volta, né la seconda, né la decima. Tra il 1906 e il 2015 sono stati registrati almeno quindici episodi franosi, quasi sempre innescati da piogge intense. Il fronte si estende per oltre quattro chilometri, abbraccia una superficie di quattro chilometri quadrati, dall’area abitata del paese fino alla spiaggia, fino dentro il mare. “È una delle frane più grandi d’Europa, peggio di quella di Niscemi in Sicilia per la profondità della faglia”, spiega Giulioalberto Martelli, con quel vanto ambiguo che non sai se sia sbruffoneria o campanilismo.

I geologi conoscono questa frana da più di un secolo. Eppure, qualcosa si è inceppato ancora. “Nel 2021 la Regione Molise annunciava l’imminente gara per il consolidamento idrogeologico del versante Nord-Est, quaranta milioni di euro, uno degli investimenti più ingenti mai stanziati in Italia per la mitigazione del dissesto”, racconta Antonello Fiore, presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale. “Il bando è stato pubblicato solo a dicembre 2025. Di fronte a eventi come questo, è un ritardo che pesa”.

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Valentina ha trentasei anni, insegna alle elementari e oggi è a casa perché il prefetto di Campobasso ha sospeso le attività didattiche. “I miei bambini mi hanno scritto su WhatsApp che erano contenti di non venire a scuola”, racconta, e c’è qualcosa di malinconico nel dirlo. “Non capiscono ancora, pensano che sia come quando nevica. Tornare in aula? Qui fino a sabato restiamo chiusi, nei comuni vicini si riapre il 9 aprile. Rifare la Dad sarebbe comunque un orrore”.

I tecnici della Regione e della Protezione Civile tornano a Petacciato nel pomeriggio con l’aria di chi porta sulle spalle un peso enorme, un sopralluogo riottoso quasi non volessero attirare l’attenzione di residenti o giornalisti. “Ci troviamo di fronte a una emergenza che divide il Paese in due”. Italia spezzata: non è retorica, è semplice geografia. “Ma la verità è che siamo stati divisi e isolati molto prima che questa frana decidesse di portarsi via l’A14 e i binari della direttrice Adriatica”, dice Aldo Pirro.

Siamo stati divisi e isolati molto prima che questa frana decidesse di portarsi via l’A14 e i binari

Eppure restano, a tutti i costi, attaccati a una terra che scivola. “Sono petacciatese da sempre, uno dei 3.500 che abitano qui – commenta Giuseppe Tavenna, docente a San Giacomo degli Schiavoni –. E sa qual è il problema?” chiede, senza aspettarsi risposta. “È che questa terra è bellissima, per questo non se ne va nessuno”. L’imbrunire scende sul paese, l’aria sa di mare e argilla bagnata. Sotto le travi del bar Oasi sei uomini giocano a carte. Gino, il più anziano, stoppa lo scopone e, con un dialetto che ha dentro la storia antica del sottosuolo, esclama: “Nun me faccio ‘lluziun’, ce potem sule cunvivere. La frana è cumm ‘n’ammòre matte’: nun te lassa maje!”.

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