“Papà affrontò i boss in aula, nessun giudice voleva il maxiprocesso. Fu osteggiato come Falcone e Borsellino”
Questa è la storia di un giudice che citò Kant («il dovere per il dovere») prima di accettare un incarico che avrebbe segnato per sempre la storia d’Italia. Ma è anche la storia, in parte, di suo figlio che all’epoca era un adolescente e che frequentava il liceo Gonzaga a Palermo. Quarant’anni fa nell’aula bunker allestita all’Ucciardone si celebrò il maxiprocesso alla mafia. La prima udienza di quello che fu definito la Norimberga della mafia fu il 10 febbraio 1986: ne sarebbero seguite altre 348, 476 imputati, 1.314 interrogatori, 35 giorni di camera di consiglio prima della sentenza che portò a 19 ergastoli. Quel giudice che fu presidente della Corte d’Assise si chiamava Alfonso Giordano (scomparso nel 2021), suo figlio Stefano fa l’avvocato e ci racconta quegli interminabili mesi.
Partiamo dall’inizio, perché fu scelto suo padre?
«Mio padre era da poco stato nominato presidente di sezione del Tribunale di Palermo, ma non gli era stata ancora assegnata una sezione. Il presidente del tribunale Francesco Romano – racconta Stefano Giordano – fece una sorta di circolare a tutti i presidenti di sezione per chiedere chi se la sentisse di presiedere il maxiprocesso. Arrivarono tantissimi certificati medici. E solo mio padre e un altro collega diedero la disponibilità. Fu scelto mio padre».
Ma iniziarono subito le polemiche nei confronti di suo padre che arrivarono anche dal cosiddetto fuoco amico: il Csm in particolare.
«Quello che passò non fu dissimile da ciò che accadde a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: fu osteggiato dai suoi stessi colleghi. Soprattutto dopo aver presieduto il maxiprocesso. Gli fu impedito di fare carriera. Gli elogi gli arrivarono più da fuori Palermo che dalla città. Gli mossero anche degli appunti. Non solo a lui ma anche a Pietro Grasso che era giudice a latere, perché non si sbrigavano........
