Iran, la coalizione per pattugliare Hormuz non decolla: risposte tiepide a Trump. Europa divisa sull’invio di navi |
Una manifestazione con l'immagine di Ali Khamenei
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Roma, 16 marzo 2026 – Il presidente Trump chiama a raccolta la comunità internazionale per creare una coalizione in grado di pattugliare lo stretto di Hormuz e il traffico di gas e petrolio. Ma la risposta è piuttosto tiepida. l’Iran nel frattempo cerca di isolare gli Stati Uniti, garantendo il passaggio alle navi di chi non si allinea con Washington e Tel Aviv. E intanto continuano i bombardamenti. Ancora ieri sono state prese di mira Teheran e Isfahan.
L’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha spiegato che l’amministrazione Trump considera la questione una responsabilità collettiva. In un’intervista alla Cnn ha affermato che il presidente si rivolge "all’intera comunità globale", sostenendo che l’Iran non può tenere in ostaggio le economie mondiali e invitando gli alleati a contribuire alla scorta delle navi per proteggere i propri interessi energetici. La situazione nello Stretto è sempre più tesa: secondo Al Jazeera circa mille imbarcazioni attendono di attraversarlo, tra cui circa duecento petroliere e metaniere cariche di rifornimenti destinati ai mercati internazionali. Le tensioni stanno spingendo verso l’alto i prezzi del petrolio, ma in Europa manca la compattezza, anche sull’eventuale estensione della missione navale Ue "Aspides" dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz. Contrario il governo tedesco. Il ministro degli Esteri Tajani è stato chiaro. "Non credo che sia il caso di infilarsi in una guerra, l’Italia non vuole infilarsi in una guerra". E ha parlato di rafforzare Aspides, ma nel mar Rosso. Da Londra, il ministro dell’Energia, Ed Milliband, ha definito Hormuz "una priorità" e ha fatto sapere di essere "in contatto con gli alleati, Stati Uniti compresi per garantirne la sicurezza".
La prudenza di Pechino
Sul piano diplomatico la Cina mantiene una posizione prudente, cercando di presentarsi come attore stabilizzatore della crisi. Dopo l’invito di Donald Trump a diversi Paesi, tra cui Pechino, a partecipare a una missione navale per proteggere il traffico nello Stretto di Hormuz, un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington ha sottolineato che tutte le parti hanno la responsabilità di garantire un approvvigionamento energetico stabile e senza interruzioni. Pechino si definisce un "amico sincero" dei Paesi mediorientali e ha fatto sapere di voler intensificare i contatti diplomatici con tutte le parti coinvolte nel conflitto per favorire una de-escalation. Ma di inviare navi non se ne parla come chiesto da Trump non se ne parla. Restando in Asia, la Corea del Sud è stata l’unica ad aprire alla proposta Trump, sia pure limitandosi a esaminarla "con attenzione". Tiepido pure il Giappone – nonostante la pressione Usa – "ci sono tanti ostacoli", ha detto la premier Takaichi. Insomma, no.
Parallelamente, da Teheran arrivano messaggi che cercano di delimitare il campo dello scontro. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che gli attacchi iraniani nella regione sono diretti "esclusivamente contro obiettivi statunitensi e rappresentano una risposta all’uso delle basi di alcuni Paesi mediorientali da parte di Washington". Hormuz non sarebbe formalmente chiuso: il passaggio resterebbe garantito alle navi di altri Paesi, mentre l’insicurezza che scoraggia il traffico commerciale sarebbe colpa dell’America. Teheran afferma inoltre di essere stata contattata da diversi governi interessati a ottenere corridoi sicuri per il passaggio delle proprie navi. Secondo Araghchi le forze armate iraniane hanno già autorizzato alcune navi di vari Paesi ad attraversare lo stretto in sicurezza.
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