Madri a piedi nudi per la pace: l'appello di Reem Al-Hajajrehm e Yael Admi. “Il prezzo dell’odio è più alto di quello che si paga col dialogo” |
La palestinese Reem Al-Hajajreh e l'israeliana Yael Admi
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Due popoli in guerra che camminano nella stessa direzione. E lo fanno a piedi nudi, senza barriere, a contatto con la terra, origine e ritorno dell’umanità condivisa. Non è un'utopia, ma un atto simbolico e politico rivoluzionario che avverrà a Roma il prossimo 24 marzo. Dall’Ara Pacis fino alla Terrazza del Pincio, madri palestinesi e israeliane sfileranno fianco a fianco nella Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace. L'obiettivo è uno solo, urgente: chiedere la fine della violenza in Medio Oriente e proteggere i bambini, le prime vittime di questo conflitto infinito.
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A guidare il corteo ci saranno due donne che hanno scelto di sfidare la storia: la palestinese Reem Al-Hajajreh e l'israeliana Yael Admi, entrambe candidate al Premio Nobel per la Pace. Loro sono i volti di Mothers’ Call, un'alleanza senza precedenti che ha unito il movimento palestinese Women of the Sun e quello israeliano Women Wage Peace. Una partnership nata sul campo, tra mille ostacoli e differenze, ma ma tenuta insieme da un unico grande obiettivo: il diritto di garantire un futuro sicuro ai propri figli.
La barefoot walk di Roma non è solo una marcia simbolica
L’evento romano, che sarà accompagnato dalla voce della cantautrice americana MILCK, non è solo una marcia simbolica, ma il punto di partenza di una campagna globale pensata per fare pressione sui governi. In vista di appuntamenti cruciali come il Vertice del G7 di Evian a giugno, il messaggio di queste madri ai leader mondiali è netto: la pace è più forte, più equa e più duratura quando le donne sono incluse.
A sostenere la Barefoot Walk c'è Vital Voices, organizzazione non governativa internazionale che da oltre trent’anni promuove la leadership femminile a livello globale. Fondata nel 1997 su iniziativa di Hillary Rodham Clinton e Madeleine Albright, Vital Voices Global Partnership sostiene oggi una rete di oltre 50.000 donne leader in più di 180 Paesi, promuovendo i diritti umani, la partecipazione politica e l’emancipazione economica.
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Ma come si fa a dialogare con il "nemico" mentre tutto intorno crolla? E cosa spinge due madri a mettersi in gioco fino a questo punto? Lo abbiamo chiesto direttamente a Reem Al-Hajajreh e Yael Admi, checon poche ma potenti parole ci raccontano cosa c'è dietro questa mobilitazione storica e come il dolore, se condiviso, può trasformarsi in azione politica.
Donne e madri: chi sono le protagoniste
Reem Al-Hajajrah è co-fondatrice e direttrice di Women of the Sun, un'organizzazione palestinese guidata da donne nata nel 2021. Originaria di Betlemme e residente nel campo profughi di Dheisheh, Reem è sposata e madre; le sue esperienze di vita hanno forgiato il suo profondo impegno nel sostenere la propria comunità e nel difendere i diritti e la dignità delle donne. Il suo lavoro ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, come la nomina tra le Donne dell'Anno 2024 dalla rivista TIME e la co-candidatura al Nobel nel 2025 per il suo costante impegno diplomatico dal basso.
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La dottoressa Yael Admi è co-fondatrice e presidente di Women Wage Peace, movimento nato nel 2014 che conta membri provenienti da ogni estrazione sociale: ebrei e arabi, laici e religiosi. L'organizzazione è da sempre in prima linea per promuovere una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese attraverso la partecipazione attiva delle donne. I suoi sforzi umanitari hanno ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali: ha ricevuto il Dottorato Onorario dall'Università di Tel Aviv nel 2025 per la sua attività a favore della pace, è stata nominata anche lei tra le Donne dell'Anno 2024 dalla rivista TIME, con Al-Hajajrah era co-candidata al Nobel nel 2025 e ha ricevuto il premio DVF 2024 e il Rockefeller Bridging Leadership Award 2025.
Come riuscite a impedire che il trauma e il dolore che portate come madri si trasformino in un’eredità di odio per i vostri figli, permettendo loro di guardare l’altro non come un nemico, ma come un compagno di destino?
Reem Al-Hajajreh: “Il prezzo dell’odio è molto più alto di quello che si paga aprendo la porta al dialogo e allo scambio. Dobbiamo educare i nostri figli a rivendicare i propri diritti attraverso il confronto e non attraverso l’odio, affinché non perdano la vita nel farlo. Questo è l’approccio che seguo nell’educare i miei figli. Credo che tutto sia possibile se una persona riesce a controllare la propria rabbia e i propri impulsi. Per questo devono imparare ad agire in modo saggio, a comprendere che la loro vita è preziosa e che devono proteggerla e custodirla”.
Yael Admi: “Quando mi chiedo che tipo di amore voglio trasmettere ai miei figli e ai miei nipoti, realizzo che non posso proteggerli dalla realtà. Tuttavia, posso scegliere come interpretare quella realtà per loro. Racconto loro la nostra storia con onestà, includendo anche il dolore e le perdite, ma mi rifiuto di insegnare loro l’odio. Piuttosto, ricordo loro che dall’altra parte ci sono madri che hanno paura esattamente come me. Anche se il dolore che proviamo è reale e concreto, questo non ci esonera dal riconoscere anche il dolore degli altri. Spezzare il ciclo dell’odio è un mantra quotidiano, una decisione consapevole. Attraverso Women Wage Peace e la collaborazione con Women of the Sun, lo dimostriamo pubblicamente: riconosciamo l’asimmetria e la sofferenza, ma continuiamo comunque a vedere l’umanità dell’altra parte”.
Qual è il prezzo più alto che pagate all'interno delle vostre comunità per aver scelto di riconoscere l'umanità dell'altra, proprio quando il conflitto spinge verso la disumanizzazione totale?
Reem Al-Hajajreh: “So che, mentre i diritti del mio popolo vengono erosi, parlare di dialogo e trattative può sembrare fuori luogo: essere accusata di normalizzare una realtà così drammatica ed estrema e di tradire il mio popolo è la parte più difficile da accettare. Ma se il mondo potesse vedere quanto desidero una vita migliore per me stessa, per i miei figli e per le generazioni future, non sarebbe difficile capire che ciò che sto facendo non è banalizzare o sminuire, bensì cercare una via alternativa per garantire protezione, sicurezza e stabilità. Come donna, è nella mia natura cercare una soluzione pacifica invece di una fondata sulla forza e sulla violenza. Ovviamente difendo il rispetto dei diritti del nostro popolo, ma parlo prima di tutto in qualità di madre che non vuole perdere i propri figli né quelli di qualcun altro”.
Yael Admi: “Esporsi pubblicamente al fianco di persone palestinesi è una scelta discussa e complicata. A volte sembra di stare tra due mondi: non pienamente accettati da chi crede nell’uso della forza e della coercizione, e al contempo non pienamente compresi da chi pensa che il dialogo pacifico sia impossibile e inutile. Io, però, non credo che riconoscere l’umanità dell’altro sia un tradimento. Al contrario, lo vedo come una lealtà ancora più profonda: lealtà verso la vita, verso la dignità, verso la convinzione che la sicurezza non possa essere costruita sulla disumanizzazione del prossimo. Tuttavia, riceviamo anche il sostegno di molte persone che condividono il nostro messaggio di speranza. La nostra collaborazione, che va oltre i confini geografici e spirituali, tocca profondamente molte persone, che ne sono ispirate e che scelgono di unirsi alle nostre attività per sostenerci. Quindi sì, c’è un prezzo, ma c’è anche il senso di solidarietà che ci dà la forza di continuare”.
Cosa aggiunge concretamente la leadership femminile al tavolo dei negoziati di pace, che decenni di diplomazia maschile e logiche militari non sono mai riusciti a vedere o a considerare prioritaria?
Reem Al-Hajajreh: “La presenza delle donne al tavolo dei negoziati introduce una prospettiva che per decenni è rimasta ai margini: quella della stabilità della famiglia e della protezione della comunità. Questo senso di cura, tipico della leadership femminile, è un deterrente contro l’impulsività di scelte guidate dalla logica militare, dalla rabbia e dalla brama di potere, soprattutto quando in gioco ci sono delle vite umane”.
Yael Admi: “Non credo che le donne siano moralmente superiori, ma sono convinta che l’esperienza di vita influenza le priorità politiche. Come donne e madri, molte di noi sono abituate ad ascoltare anche quando siamo in disaccordo e a costruire fiducia nel tempo. Questo si traduce in una leadership politica che dà priorità alla stabilità a lungo termine rispetto alla vittoria immediata. In Women Wage Peace, e in collaborazione con Women of the Sun, siamo convinte che un accordo politico sia l’unica via verso la sicurezza, che non è intesa solo come deterrenza militare, ma anche come vita quotidiana senza paura, stabilità economica, istruzione, libertà di movimento e dignità. Quando le donne siedono al tavolo, queste dimensioni diventano più difficili da ignorare. Per questo continuiamo a partecipare alle iniziative pubbliche, agli incontri con i leader politici e ai forum internazionali, anche quando sembra inutile”.
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Camminare a piedi nudi spoglia il conflitto dalle ideologie: toccare la terra senza mediazioni aiuta a percepirla più come matrice comune di vita che come un confine da difendere?
Reem Al-Hajajreh: “La nostra scelta di camminare a piedi nudi ha un significato preciso: è l’espressione del fatto che non resteremo in silenzio di fronte alla morte dei nostri figli. Questa terra è intrisa del loro sangue e, per rispetto di questo sangue innocente versato, non cammineremo su di essa con le scarpe. Si tratta di un segno della nostra determinazione a far arrivare le nostre voci ai leader politici: è tempo di fermare lo spargimento di sangue, di farli rinsavire e di sedersi al tavolo delle trattative per trovare una soluzione diplomatica. Noi, in qualità di donne e madri, dobbiamo essere parte di questa soluzione. Non c’è altro modo per fermare questa follia, questo disprezzo per la vita, questa mancanza di umanità”.
Yael Admi: “Camminare a piedi nudi è un atto simbolico, ma è anche un gesto profondamente fisico: si sente il terreno, il freddo, le pietre, la superficie irregolare, si viene riportati a un senso di vulnerabilità. La terra non è un’ideologia, ma una fonte di vita che sostiene tutti noi. Quando si cammina a piedi nudi, la terra sembra meno una linea geografica da difendere e più una responsabilità condivisa. Questo gesto ci ricorda che prima delle bandiere e dei confini ci sono esseri umani che dipendono dallo stesso suolo, dalla stessa acqua, dalla stessa aria. Per noi, camminare a piedi nudi - a Roma, a Gerusalemme e in altre città - non significa annullare le differenze, quanto riconnettersi a qualcosa di più profondo: la nostra fragilità condivisa e il nostro futuro comune. È un modo silenzioso ma potente per dire che questa terra deve essere un luogo in cui la vita è protetta, non sacrificata”.
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