Bitcoin, anatomia di un crollo. La crisi di liquidità e il ruolo di Trump, balene, Etf e miner

Roma, 6 febbraio 2026 – Il prezzo non mente. Il crollo fatto registrare in quattro mesi da Bitcoin (-47%) racconta una storia precisa: quella delle promesse politiche che non si sono tradotte in flussi reali e di un asset che, nel frattempo, è diventato parte integrante della macchina finanziaria globale di cui voleva essere un’alternativa. Nell’ottobre del 2025 il Bitcoin aveva toccato il suo massimo storico (126mila dollari), sospinto da un mix di entusiasmo politico, aspettative regolatorie e dall’idea che gli Stati Uniti avrebbero creato una Riserva Strategica di Bitcoin attiva. Oggi, quella narrativa si è scontrata con la realtà dei fatti. Le promesse sono rimaste sulla carta, e il mercato — che anticipa, pesa e sconta — ha iniziato a correggere. Ma il ribasso attuale non è soltanto la conseguenza di un’illusione svanita. È il risultato di una trasformazione più profonda: il Bitcoin non è più un ecosistema a sé stante. Dopo l’approvazione degli Etf spot nel 2024 (ci torneremo più avanti), è stato definitivamente finanziarizzato, inserito nei portafogli istituzionali e trattato sempre più come un’azione ad alta volatilità, governata da flussi automatici e algoritmi di gestione del rischio. In questo nuovo regime, il prezzo reagisce meno alle narrazioni di lungo periodo e più alle dinamiche immediate di liquidità, tassi e stress finanziario. Quando la politica frena, quando il capitale privato ha bisogno di cassa e quando gli algoritmi passano in modalità risk-off (cioè quando iniziano a vendere automaticamente gli asset più volatili), il Bitcoin soffre. Soffre terribilmente.

Uno dei principali catalizzatori del rally del 2025 era stata la promessa, avanzata in campagna elettorale da Donald Trump, di trasformare gli Stati Uniti nella “capitale mondiale delle criptovalute” attraverso la creazione di una Riserva........

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