Il nodo affluenza: cosa ci dice sul risultato del voto

Referendum Giustizia 2026, cosa succede dopo il voto

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Roma, 21 marzo 2026 – Aperte le urne, domenica 22 marzo, ci sarà un modo molto semplice per cercare di capire in anticipo se nel referendum sulla riforma della Giustizia stia vincendo il Sì o il No. Basterà guardare l’affluenza. Non è una regola matematica, ma può darci comunque un’indicazione forte. Il monitoraggio della partecipazione sarà infatti un elemento chiave di valutazione politica.

Gli aggiornamenti sull’affluenza saranno pubblicati alle 12, alle 19 e alle 23 di domenica. Mentre lunedì verrà reso noto il dato definitivo alle 15. La soglia in cui il risultato finale inizia a pendere a favore del sì, secondo le analisi dei flussi storici e le dinamiche di mobilitazione, è attorno al 50%. Per questo motivo è importante capire se i votanti supereranno o meno questo sbarramento.

Secondo gli esperti, che hanno analizzato i trend dei referendum, per oltrepassare il 50% dei votanti, domenica l’affluenza nelle diverse ore del giorno dovrà rispettare indicativamente questo andamento:

Se il dato di domenica sera dovesse risultare inferiore al 35%, molto probabilmente lunedì avrà votato meno della metà degli aventi diritto: una cifra che, in base alle costanti del comportamento elettorale, favorirebbe il no.

Un’analisi delle affluenze storiche nei referendum che hanno superato di poco il 50% conferma in pieno queste soglie psicologiche. Prendiamo i due casi più recenti di referendum costituzionali sul filo: quello del 2006 e quello del 2020. Nel 2020 alle ore 12 aveva già votato il 12,24% degli elettori, alle 19 si era arrivati al 29,68%, alle 23 al 39,37% e il dato definitivo comunicato lunedì alle 15 ha confermato il superamento della soglia critica (53,84% in Italia, che si è abbassato al 51,12% conteggiando il voto all’estero).

Anche nel 2006 la partenza lenta (intorno al 10% alle 12 di domenica) è stata poi recuperata con costanza (22% alle 19 e 35% alle 23) arrivando a oltrepassare il 53% finale (che si è abbassato al 52,46% con il conteggio del voto all’estero). Un andamento quasi identico a quello che gli esperti indicano oggi come l’affluenza minima necessaria per far pendere la bilancia verso il Sì.

Segno che, quando la partita è così serrata, ogni punto percentuale nelle prime ore può fare la differenza tra un No favorito dall’astensionismo e un Sì che riesce a imporsi. I casi più recenti di consultazioni finite largamente sotto il 50% (ma, è bene sottolineare, erano referendum abrogativi, quindi con quorum) confermano il copione: nel 2022 alle 12 l’affluenza era al 6,7% e nel 2025 al 7,4%. Numeri che rendono praticamente impossibile recuperare anche se si vota su due giorni.

Ma c’è anche chi non la pensa così, come fa notare Renato Mannheimer: "Una tesi vuole che più persone vanno a votare e più è probabile che vinca il sì, ma – commenta il sociologo – da parte del No c’è una tale mobilitazione che può far salire il numero dei votanti”. Se avesse ragione l’analista, la spinta del fronte contrario potrebbe diluire la tradizionale correlazione tra alta affluenza e vittoria del Sì: in questo caso la soglia psicologica per capire se il Sì è favorito si alzerebbe di qualche punto percentuale.

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