Dai tulipani ai chip: perché l’AI sta seguendo il manuale delle bolle di Galbraith /
Sam Altman, ad di OpenAI, la società che ha creato ChatGpt
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Roma, 27 febbraio 2026 – C’è un filo rosso che, forse, lega i canali di Amsterdam del 1637 ai data center del Nevada del 2026. L’euforia che circonda l’intelligenza artificiale e gli Llm (ChatGpt e i suoi fratelli, per intenderci) sta seguendo pedissequamente il copione delle bolle finanziarie descritto da John Kenneth Galbraith. Il consigliere di JFK fu tra i pochi a prevedere la grande crisi del Lunedì nero del 1987 e, seppure già anziano, ad avvertire il mondo che sotto il boom delle dot-com del 2000 si stava aprendo una voragine. I quattro marcatori di Galbraith — innovazione messianica, deferenza verso il "genio", leva finanziaria e amnesia storica, descritti magistralmente nel suo “Breve storia dell’euforia finanziaria” — spiegano bene perché il rischio non è il fallimento dell'intelligenza artificiale, ma un momento di disillusione sistemico che potrebbe travolgere i portafogli globali, quando i mancati ricavi busseranno alla porta dei sogni.
Il nuovo fiore miracoloso
L’IA generativa è l’oggetto di speculazione che, secondo Galbraith, cattura l’immaginazione collettiva. Non è solo una tecnologia: è la promessa di abolire la scarsità e i rendimenti decrescenti. Gli investitori non guardano più ai flussi di cassa, ma al futuro inevitabile. I bilanci sono noiosi, la rivoluzione no. Nel frattempo, chi osa sollevare dubbi viene trattato come un rozzo contadino del Seicento, incapace di capire il valore di un tulipano raro. È quello che il consigliere di JKF descrive come la “cattura dell’intelligenza”: la speculazione non si limita a sedurre, ma convince le persone più brillanti che questa volta sia tutto diverso. Nel frattempo, i cinque grandi hyperscaler — Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta Platforms e Oracle — stanno investendo cifre che trasformano il software in industria pesante. Centinaia di miliardi l’anno (circa 650 solo per il 2026) in data center e filiere energetiche dedicate. L’innovazione (a differenza dei bulbi del Seicento) è reale, ma la narrazione è messianica. Il problema? In questi scenari il prezzo smette di essere collegato alla realtà, proprio come nel caso dei tulipani in Olanda a metà del 1600.
La deferenza verso il “genio”
Secondo Galbraith, ogni euforia è sostenuta da una forma di deferenza sociale: la convinzione (errata) che chi si è arricchito abbia una visione superiore del mondo. Nel caso dell’IA, il capitale si muove con un atto quasi fiduciario verso i leader della Silicon Valley. Le decisioni di allocazione di centinaia di miliardi vengono accettate come inevitabili, quasi naturali. Il successo passato viene scambiato per infallibilità futura. Chi solleva dubbi è accusato di non “capire la trasformazione”. Micheal Burry, che nel 2008 ha scommesso e vinto puntando tutto sulla crisi dei mutui subprime, è tra i pochi che negli ultimi mesi ha messo a nudo le contraddizioni di un sistema che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La sua resta tuttavia una voce isolata: la speculazione, secondo Galbraith, non elimina il pensiero critico, ma lo arruola. E molti analisti, infatti, si stanno producendo in lunghe elucubrazioni per spiegare come mai “questa volta è diverso”, la frase classica, secondo il consigliere di JFK, che indica come ormai sia troppo tardi.
La leva finanziaria e i nuovi strumenti
“L’euforia è sempre alimentata dal debito”, scriveva Galbraith. E infatti, dietro le montagne di cassa dichiarate, si muove una nuova stagione di leva. Le Big Tech tornano sui mercati obbligazionari (emetteranno 285 miliardi in bond nel 2026). Startup e cloud provider strutturano debito garantito da Gpu. Cosa significa? I chip vengono usati come collaterale: un’idea che presuppone che l’hardware mantenga valore in un contesto di obsolescenza accelerata. Poi ci sono i veicoli fuori bilancio (i cosiddetti Spv) e le partnership infrastrutturali che distribuiscono il rischio rendendolo meno visibile. E strumenti sofisticati come il dispersion trade, che monetizza la divergenza tra vincitori e perdenti dell’IA vendendo volatilità sugli indici e comprandola sui singoli titoli. In parole povere i grandi investitori stanno scommettendo che la foresta resterà intatta, mentre bruciano i singoli alberi. Come funziona? I fondi incassano premi vendendo polizze contro un uragano universale (l’indice), convinti che non arriverà. Con quei soldi, scommettono su quali saranno le case (cioè le singole aziende) a essere devastate dalla tempesta. Tutto questo marcia perfettamente finché il mercato è frammentato. Ma nelle crisi tutto converge. E ciò che prima era considerato una copertura diventa un amplificatore. Galbraith diffidava delle “innovazioni finanziarie” presentate come nuove. Di solito, diceva, sono solo modi creativi per aumentare la leva finanziaria (cioè la possibilità di fare grandi investimenti usando pochissimi soldi propri e facendosi prestare il resto), senza chiamarla con il suo nome. E oggi stiamo assistendo anche a una nuova forma di circolarità: i giganti investono nelle startup che a loro volta acquistano servizi e chip dai giganti stessi. I ricavi crescono, ma parte della domanda è interna al sistema: si tratta di capitale che si autoriproduce.
L’ultimo marcatore è il più umano: la memoria corta. Galbraith notava che le grandi crisi scoppiano circa ogni 20 anni. Non è un numero magico, è un ciclo biologico. Due decenni è il tempo necessario affinché la generazione che ha vissuto il trauma (e che quindi è diventata più prudente) vada in pensione o perda influenza. Al suo posto arriva una nuova leva di investitori, analisti e manager che nel 2000 o nel 2008 andavano ancora alle elementari. Per loro, quelle crisi sono paragrafi di un libro di storia, non cicatrici sulla pelle. Questa "amnesia collettiva" è indispensabile per la bolla: permette di ripresentare vecchi errori sotto nomi nuovi e scintillanti. La convinzione che le leggi dell’economia siano state "aggiornate" dall'IA agisce come un anestetico. Ci sentiamo immuni dal passato perché abbiamo strumenti più veloci, dimenticando che l'euforia non è un problema di software, ma di hardware umano. E il nostro hardware emotivo non riceve aggiornamenti dal tempo dei tulipani: cerca ancora scorciatoie per la ricchezza infinita, ignorando i segnali d'allarme finché il silenzio non viene rotto dal rumore del crollo.
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