Cosa fa il pilota del porto? “La nave va presa per mano. È un’arte che si tramanda”

Ancona, 16 febbraio 2026 - Quando una nave sta per entrare in porto, a oltre un miglio dall’imboccatura, c’è un uomo che sale a bordo saltando da una pilotina. Prende per mano la gigante signora e l’accompagna lentamente fino all’ormeggio, dispensando consigli, indicazioni per la manovra e soprattutto sicurezza. In entrata o in uscita se la nave deve prendere il largo. Sole, pioggia, burrasca. Notte, giorno, feriali o festivi. In una danza che si ripete tra gli effluvi salmastri delle onde e l’odore pungente del carburante che gratta naso e gola. «Il servizio di pilotaggio è un’arte che viene insegnata e che si tramanda, dal maestro all’allievo, un mestiere nel segno di antiche corporazioni che lo rappresentano, ieri come oggi» osserva Augusto Selva, 63 anni. Sangue triestino e cuore che ormai da tempo batte per Ancona, la città dove ha sempre lavorato e messo radici, Selva è da poco andato in pensione. L’ex comandante dei piloti del porto, dal terrazzo della sua abitazione, scruta l’Adriatico e sussurra a se stesso: «Mi mancano le manovre».

«Il pilota è un prestatore d’opera, un collaboratore del comandante delle navi, esperto e pratico del porto. Deve conoscere maree, correnti, venti, l’ubicazione delle banchine. Ha capacità marinaresche tali da aiutare il comandante, suggerire rotte e consentire alla nave di arrivare in sicurezza all’ormeggio della nave. Questo mestiere nasce come una necessità per assicurare la salvezza del carico della nave e ovviamente dell’equipaggio, dei passeggeri e l’integrità delle strutture».

Da quanto tempo esiste?

«Il servizio di pilotaggio in Italia è organizzato attraverso 32 corporazioni, alcune molto antiche come quella di Ancona che risale al 1864, nominata su regio decreto di re Vittorio Emanuele II».

Qual è la corporazione più antica?

«Quella di Genova, ma anche Livorno. Fino al 1948 il servizio di pilotaggio era facoltativo. Poi è stata istituita l’obbligatorietà per garantire maggiore sicurezza nei porti».

Quanti piloti lavorano nei porti italiani?

«Circa 240 e ci sono anche due donne, una a Venezia e una ad Augusta».

«Beh, è già qualcosa».

Come si diventa pilota?

«Se dal 1864 era sufficiente aver trascorso tre anni imbarcato su navi e piroscafi e non occorreva neanche saper né leggere né scrivere, oggi l’accesso è molto più severo. Bisogna superare diverse abilitazioni e si entra con un concorso. La scuola superiore più indicata è l’istituto nautico, ma se uno ha frequentato il liceo classico o lo scientifico può fare una integrazione di 500 ore nelle accademie che ti preparano a salire a bordo. Occorrono almeno sei anni di esperienza sulle navi. Poi quando si arriva al grado di primo ufficiale si può accedere al concorso che prevede un esame di teoria della manovra, uno di inglese e uno di diritto. Il concorso c’è quando va in pensione un pilota, oppure se un porto ha una grande espansione e bisogna aumentare l’organico. L’età minima per entrare è di 28 anni, la massima 42».

Quali qualità bisogna avere?

«Spinta motivazionale elevata, grande preparazione tecnica, una conoscenza dell’arte della manovra. Chi diventa pilota appartiene a una élite. È un mestiere molto difficile, rischioso. Devi mantenere la calma in situazioni a volte molto pericolose, in maniera da trasmettere fiducia e tranquillità al comandante della nave».

La prima volta a bordo?

«Dopo un anno di tirocinio e di affiancamento, si prova una grande emozione. Ma si è soli con se stessi. C’è uno stato di tensione perché non bisogna mai sottovalutare nulla. Non esiste superficialità, altrimenti si provocano incidenti da milioni di danni o mortali».

Quali pericoli e quali rischi?

«Oggi sono legati soprattutto agli eventi meteorologici che talvolta hanno cambi repentini e violentissimi».

E un porto non dorme mai.

«È un lavoro che si svolge h 24, per 365 giorni all’anno, feste comandate comprese. Di giorno e di notte. Difficilmente i porti chiudono, capita di rado e in presenza di eventi meteo eccezionali».

Il maltempo può impedire una manovra?

«Capita. Ad esempio in presenza di nebbie fittissime. Ci vuole una visibilità di almeno 100 metri. Ma i piloti sono preparati a ogni condizione meteo e a ogni orario».

«Ogni anno, nel mondo, almeno un pilota muore. E capitano gravi infortuni. Se si precipita da oltre tre metri i danni possono essere irreversibili. Dopo essere caduto mi sono rotto una costola, mentre un calcagno mi si è fratturato incastrato tra nave e pilotina. Una volta, per il mare grosso, non riuscii a scendere dalla nave in uscita dal porto e a risalire sulla pilotina. Mi portarono a Durazzo con loro».

Quali elementi naturali un pilota deve conoscere a fondo?

«Il vento e la corrente. Il pilota deve tener conto di tutte le variabili».

«È di grande supporto, ma il fattore umano resta fondamentale. Alla fine è sempre l’uomo che decide e governa la nave».

Che rapporto si crea con il mare? Gli odori, la notte, la tempesta, il sole a piombo…

«Un legame vero, confidenziale. Quando il pilota è a bordo di una nave, attraverso la vista e l’udito capisce subito come sta andando la manovra. Diventa un tutt’uno con il mezzo».

Il mare è alleato o nemico?

«Può essere tutto, ma con l’esperienza si sviluppa anche la padronanza».


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