Daria Bignardi: “Scelta, destino, lotta sociale. La solitudine va ascoltata per scoprire il battito del mondo”

Roma, 11 gennaio 2026 – La relazione travagliata con i social, i viaggi e il mondo con le sue storture, gli animali. Cani tanti, reali o sognati. Ma anche i gorilla, quelli incontrati in Uganda. Quelli nei cui occhi si può incontrare sé stessi. Ed è in quella liquidità degli sguardi, in quei contesti estremi dove si sta scomodi davvero che se ci si mette in ascolto si può sentire chiaro il "battito del mondo". L’idea di solitudine s’insinua lì. È "nera" o è "beata", in qualsiasi modo la si definisca comunque "è", inevitabile, patrimonio collettivo.

C’è molto di intimo e domestico, una presa d’atto nell’ultimo libro di Daria Bignardi, Nostra solitudine (Mondadori), come ad ammettere infine che sì, soli lo siamo tutti ma che pure saremmo più soli ancora senza le nostre solitudini, parafrasando Emily Dickinson. Per arrivare sin qui Daria Bignardi ha compiuto un giro in alcuni degli epicentri del dolore, a Hebron in Cisgiordania, in Uganda con Mission Bambini dove assiste a un intervento a cuore aperto sul piccolo Stansus, ad Hanoi e dintorni, in Vietnam, cinquant’anni dopo la fine di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del ‘900. Nel mezzo la vita di tutti i giorni, domestica, sentimentale e lavorativa, la chat "del cazzeggio" riservata alle donne di famiglia, gli interrogativi su "femminile e maschile, genitori e figli, dipendenze e solitudine", la globalizzazione, il patriarcato. Con una domanda che sovrasta: "Chi ha il diritto di sentirsi........

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