Mogol, il segreto del Cielo in una stanza: “Un testo forte per quell’Italia bigotta, decisi io di portare la canzone a Mina”

Mina, Gino Paoli e Mogol

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Milano - “Sulla genesi de “Il cielo in una stanza”, una delle più belle canzoni italiane di sempre, girano molte leggende metropolitane. Magari con questa nostra chiacchierata riusciremo a ristabilire la verità…”.

Così parla il mio amico Mogol, noto all’anagrafe come Giulio Rapetti. C’è lui, il partner storico delle hit di Lucio Battisti, all’origine di un brano che ha segnato e attraversato le generazioni. Il pezzo, come si dice in gergo, che ha regalato l’eternità a Gino Paoli, andatosene ieri.

“La prima cosa che voglio raccontare è che ho perduto un amico carissimo – sospira Mogol, che di anni ne farà novanta il prossimo agosto –. Sfido la banalità dichiarando qui e ora che Gino è un pezzo della nostra storia, della nostra cultura popolare. Immagino e spero che esserne consapevole lo abbia aiutato a gestire la malinconia che precede l’addio alle cose terrene”.

È vero o no che “Il cielo in una stanza” fu causa di un dissidio nella famiglia Rapetti, tra padre e figlio, tra te e il tuo babbo?

“No, le cose non andarono così”.

“Mariano, il mio papà, era un importante dirigente della casa discografica Ricordi, all’alba degli anni Sessanta. Scriveva anche lui testi per canzoni. Quando gli sottoposero la canzone di Gino, appunto “Il cielo in una stanza”, lui rimase favorevolmente impressionato. Ma nell’ambiente c’erano opinioni discordanti: era pur sempre un brano che, nell’Italia bigotta di allora, alludeva a una relazione sentimentale diciamo pure irregolare, all’interno di un bordello, un casino, insomma, usa pure il termine che preferisci. E allora…”

“Mio padre mi chiese di sentire in giro, di fare ascoltare la canzone di Gino a chi poteva apprezzarla. Io andai da Mina, lei si confrontò con il testo e con le armonie e il resto, come si usa dire, è storia. Della musica leggera, del sentimento collettivo, se posso permettermi della cultura nazionalpopolare”.

Mogol, come potremmo raccontare Gino Paoli ai ragazzi e alle ragazze di oggi, ai giovanissimi dell’era del web e dei social?

“Beh, io direi ai pronipoti di Gino che Paoli rimane sempre attualissimo. Le cose che ha cantato non hanno età. Ovviamente uno con la mia storia è sfacciatamente di parte, eh, ma al livello di Gino io vedo soltanto Lucio Battisti. Entrambi erano avanti di anni rispetto al presente che vivevano. E questa è la grandezza autentica dell’artista puro: la capacità di svincolarsi dal suo tempo. “Il cielo in una stanza”, al di là del fatto che io abbia contribuito al suo successo, è un momento che va oltre la hit parade. È qualcosa che rimane, per sempre”.

Tra le tante, tantissime versioni de “Il cielo in una stanza” quale potremmo scegliere senza timore di sbagliare?

“Mina sicuramente ha avuto una sensibilità eccezionale nel far suo il brano in quel contesto difficile che ho descritto, in un’Italia che magari non era preparata a sentirsi confessare certe cose. Ma se proprio debbo esprimere una preferenza opto per l’interpretazione di Ornella Vanoni. Lei era perfetta per rendere l’idea di una canzone che non era e non poteva essere solo una canzone. Gino Paoli è stato un gigante proprio per questo: non faceva musica per arrivare in cima alle classifiche. Io gli sono grato per l’amicizia che mi ha dato e per avere fatto capire a tutti che il cielo, davvero, può essere racchiuso in una stanza”.

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