La cerimonia all’Arena. Bolle e Lauro, che emozione. Il testimone va alla Francia /

Verona, 23 febbraio 2026 – Chissà, forse è la volta buona: magari all’estero avranno capito che noi italiani non siamo solo pizza, spaghetti e mandolino!

Questo mi è venuto da pensare mentre nello scenario fantastico dell’Arena scaligera calava il sipario sulla Olimpiade più originale dell’era moderna.

Non dico sia stata l’edizione più bella dei Giochi invernali: sarebbe presunzione figlia di un patriottismo malato. Ma ci voleva coraggio per immaginare, appunto, una Olimpiade sparsa su 22000 (ventiduemila) chilometri quadrati. Non ci aveva provato nessuno, prima. Da Milano a Cortina, passando per Bormio e la Val di Fiemme eccetera, ci siamo riusciti noi. E ha funzionato: i posteri diranno quale sia stata la legacy, l’eredità in italiano, di una scommessa così azzardata. Qui e ora, al cronista spetta il giudizio immediato. Che è positivo.

Questo sentimento, tra citazioni di Dante e brani di Verdi, tra canzonette (tra parentesi: va bene reinterpretare la mia amica Caterina Caselli con la cover di ‘Nessuno mi può giudicare’, ma possibile che a chi si occupava della compilation canora non siano venuti in mente Battisti, Baglioni, Vasco, De Andre’?!?) danze di Roberto Bolle e lo show di Achille Lauro, questo sentimento, dicevo, è stato plasticamente rappresentato dalla cerimonia di chiusura. Ed è un peccato che per beghe politiche la Francia non sia stata rappresentata né dal presidente Macron né dal primo ministro Lecornu: la prossima Olimpiade sarà ospitata, nel 2030, dai cugini d’oltralpe, che purtroppo non hanno capito che ci sono valori che superano le contingenze, le miserie della quotidianità.

Dopo di che, lo sappiamo tutti. Il mondo fuori è brutto, sporco e cattivo. Nella antichità per i Giochi si fermavano le guerre. Nel presente non accade e non accadrà. Ma quello che i benpensanti intellettualoidi si ostinano a non comprendere è esattamente questo: abbiamo un bisogno disperato di illuderci, perché senza speranza non andiamo da nessuna parte.

E così, è andata. Con l’omaggio ai quattro fondisti azzurri (Maurilio De Zolt, Marco Albarello, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner) che nel 1994 a Lillehammer seppero battere gli invincibili norvegesi nella staffetta del fondo. Con il ringraziamento ai volontari che hanno alimentato gratuitamente la macchina della organizzazione di Milano Cortina. E soprattutto con il rimpianto che sia già finito tutto.

Cortina 1956. Roma 1960. Torino 2006. Milano Cortina 2026. A quando una quinta Olimpiade italiana?


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