Ultimatum, minacce e retromarce. Il lato oscuro della forza. “Trump parla come un re” /

Un'immagine di Donald Trump a Times Square

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Roma, 9 aprile 2026 – “Two weeks”. Dai dazi alla durata della guerra stimata nel discorso alla Nazione fino al cessate il fuoco in Iran, come un mantra della procrastinazione, le due settimane di Donald Trump ricorrono ogni qualvolta il presidente degli Stati Uniti si trova a fissare un obiettivo o una scadenza temporale. Ultimatum a catena e minacce indicibili intervallati da retromarce, aperture, e annunci di pace e passi avanti nei negoziati poi sfumati: a partire dall’annuncio della morte di Ali Khamenei lo scorso 28 febbraio – definito da Trump “una delle persone più malvagie della storia” – il quadro delle ultime sei settimane di guerra appare in tutta la sua incoerenza dai post pubblicati dal tycoon sul suo social, Truth. “Trump ha in brevissimo tempo sconvolto tutto quello che pensavamo ormai codificato, assodato, non solo nel campo della comunicazione politica – commenta Flavio Chiapponi, docente di Comunicazione politica all’Università di Pavia –. C’è chi fa riferimento alla madman theory, la teoria del pazzo, ma penso che vada ben oltre e non abbia una strategia. L’impressione è che risponda a una logica personalistica, umorale, simile a quelle che avevano i monarchi. Usa il linguaggio eccessivo tipico del businessman ed è ingabbiato nell’archetipo del fuorilegge”.

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All’inizio l’obiettivo, scritto nero su bianco, era ambizioso: “Raggiungere la pace in tutto il Medio Oriente e nel mondo”. L’unico accordo possibile – scrive Trump il primo marzo – è “una resa incondizionata”, premessa necessaria per gettare, al grido di “Miga” (Make Iran great again), le basi del futuro del Paese. Se un mese fa il presidente americano minacciava “morte, fuoco, furia” nel caso in cui l’Iran avesse bloccato lo Stretto di Hormuz ora – dopo il fallito ricorso alla Nato, “tigre di carta” – sembra disposto a sedersi al tavolo per ottenerne la riapertura attraverso un negoziato. “Gli Stati Uniti hanno cancellato l’Iran dalla mappa” ha affermato Trump il 21 marzo prima di lanciare un ultimatum a Teheran: 48 ore di tempo per riaprire Hormuz altrimenti gli Usa “colpiranno e spazzeranno via le centrali elettriche”.

Lo Stretto è rimasto chiuso ma il giorno seguente i toni sono cambiati e Trump ha fatto sapere che l’Iran e gli Usa avevano avuto “colloqui molto buoni e produttivi riguardo a una completa e totale risoluzione delle ostilità”. Un nulla di fatto, l’Iran fa sapere che “sta valutando la proposta degli Stati Uniti” e Trump parla di fake news: “Ci stanno supplicando di fare un accordo” scrive su Truth. Lo stesso giorno, il 26 marzo, annunciando una tregua di 10 giorni, ribadirà che “i colloqui proseguono molto bene”. Ma il primo aprile parte l’escalation: “Considereremo un cessate il fuoco quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto. Nel frattempo porteremo l’Iran nell’oblio, all’età della pietra”. Poi un nuovo ultimatum: il 4 aprile Trump ha dato a Teheran 48 ore per riaprire lo Stretto: “Aprite the fucking Strait pazzi bastardi” scriverà il giorno seguente, promettendo “l’inferno”. “Un’intera civiltà morirà stanotte” è l’annuncio finale pubblicato lunedì scorso. Poi, ancora, un dietrofront.

Ma esiste ancora per l’opinione pubblica un limite invalicabile? I sondaggi dicono di sì. “Sul piano del consenso, adesso è ai minimi storici – spiega Chiapponi –. Qualsiasi narrazione, compresa quella trumpiana, entra in crisi quando a un certo punto i dati di realtà la smentiscono”.

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