Anna Voltaggio, ‘La santa degli altri’: Palermo, i segreti di famiglia e l'identità che ereditiamo senza saperlo

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C’è un punto, nella vita, in cui il passato smette di essere un luogo lontano e diventa una stanza in cui siamo costretti a tornare. Non per nostalgia, ma per necessità. È da qui che parte la conversazione con Anna Voltaggio, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura, ed è da qui che ha origine anche La santa degli altri (Neri Pozza): da un’urgenza silenziosa, quasi fisica, di ricomporre ciò che siamo stati per capire chi siamo adesso.

Voltaggio racconta una genesi lenta, sedimentata. Il romanzo nasce mentre un altro è ancora in corso, come una presenza sotterranea che insiste. Palermo, la sua città, non è solo sfondo ma materia viva: memoria personale, familiare, collettiva. “Avevo bisogno di tempo”, dice, e in quella frase c’è già tutto il ritmo del libro: un tempo che decanta, che lascia affiorare ciò che era rimasto in ombra.

Al centro, la figura di Santa Rita, depurata da ogni retorica agiografica. Non è la santa dei miracoli impossibili, ma una presenza laica, potente, quasi un simbolo relazionale. È il punto di contatto tra due linee temporali: il presente di Tommaso e Nica — lei assente, lui prigioniero della sua mancanza — e un passato arcaico abitato da Gelsomina e dalle figlie. Due mondi che si specchiano, si richiamano, si spiegano.

Infatti il libro parla di un uomo che cerca la donna scomparsa dalla sua vita mentre, nel passato, una famiglia segnata da silenzi e violenze lascia un’eredità invisibile ma potentissima. Due storie, un’unica domanda: quanto del nostro destino è già stato scritto prima di noi?

Colpisce il modo in cui Voltaggio lavora sull’assenza. Nica non c’è, eppure è ovunque, filtrata dallo sguardo di Tommaso. “Quello che siamo è anche ciò che siamo per gli altri”, dice l’autrice, e in questa intuizione c’è una delle chiavi più profonde del romanzo: l’identità non è mai un monologo, ma sempre un riflesso.

Nel passato, invece, la scrittura si fa più densa, quasi pittorica con Gelsomina e le sue due figlie. In questo gioco di ruoli viene mostrata una maternità imperfetta, che non esula dall’amore, ma che soffre di una profonda incapacità di mostrarsi. Un luogo emotivo dove si affrontano legami fortissimi e fratture insanabili. E in quello spazio il tema del segreto si fa sempre più chiaro: non si tratta solo di ciò che non diciamo agli altri, è soprattutto ciò che non riusciamo a dire a noi stessi. “Una difesa”, la definisce Voltaggio, ma anche una perdita: perché ogni verità evitata è un pezzo di sé che resta inaccessibile.

E poi c’è la memoria, che non è mai affidabile. È una narrazione, una costruzione, spesso distorta. Eppure necessaria. Perché è proprio in quella imperfezione che si annida il senso: capire da dove veniamo significa accettare che la nostra storia è fatta anche di omissioni, di versioni, di silenzi.

La Palermo che emerge è attraversata da una violenza normalizzata, da un sistema patriarcale che non lascia spazio alle donne. Eppure non c’è giudizio facile, non c’è semplificazione. Anche le figure maschili sono prigioniere di un modello che non sanno mettere in discussione. È una narrazione complessa, pudica, che rifiuta la semplificazione del bianco o nero.

La santa degli altri non parla solo di chi eravamo, ma di ciò che continuiamo a portarci dentro. Dei segreti che custodiamo, delle storie che ereditiamo, delle assenze che ci definiscono. E forse per ritrovarci davvero, dobbiamo avere il coraggio di attraversare anche ciò che abbiamo sempre evitato di guardare.

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