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“Giubbotti da 107 euro rivenduti a 1.945”. I marchi di moda Paul&Shark e Aspesi sotto accusa: “Sfruttamento di operai cinesi”

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17.03.2026

Francesco Umile Chiappetta (a sinistra) e Andrea Dini

Articolo: Chi è Andrea Dini di Paul&Shark: la vela "made in Italy”, il cognato governatore e i guai giudiziari

Articolo: Indagato Andrea Dini, imprenditore di Dama (Paul&Shark) e Aspesi: “Caporalato”. Aziende sotto controllo giudiziario

Milano – Gli orari di lavoro, dalle 8 alle 22 sette giorni su sette, erano esplicitati su un cartello, scritto in cinese, affisso nel laboratorio a una manciata di chilometri da Milano dove venivano realizzati capi d’abbigliamento marchiati Paul&Shark e Aspesi. Giubbotti che nelle boutique vengono venduti al prezzo di 1.945 euro avevano un costo di produzione per i brand di 107 euro, con “margini di guadagno che vanno dal 95 all’87%”. A decidere le tariffe, come ha spiegato agli inquirenti una ex impiegata italiana del laboratorio gestito da cinesi, erano le società committenti: “Il prezzo lo decidevano Dama e Aspesi (...) alla fine il prezzo lo decidevano le aziende”.

Chi è Andrea Dini di Paul&Shark: la vela "made in Italy”, il cognato governatore e i guai giudiziari

L’ultima di una serie di indagini per caporalato e sfruttamento del lavoro, coordinate dal pm di Milano Paolo Storari, che hanno messo sotto la lente colossi dell’alta moda e la loro filiera di appalti, ha portato alla misura del controllo giudiziario nei confronti di Alberto Aspesi Spa e Dama Spa (società con sede a Varese, quest’ultima, celebre per il marchio Paul&Shark), con la nomina di due amministratori che affiancheranno il management con l’obiettivo di ripristinare condizioni di legalità nella catena produttiva.

La moglie di Attilio Fontana (non indagata) detiene il 10% di Dama

Tra i sette indagati, oltre alle due società, ci sono il presidente di Aspesi Francesco Umile Chiappetta e l’amministratore delegato di Dama Andrea Dini, cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. La moglie di Fontana, non indagata, detiene tra l’altro il 10% della società attraverso una srl. Un nome, quello di Dini, che era già finito sotto i riflettori durante la pandemia: nel 2020 era stato indagato per l’ipotesi di “turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente” nell’affidamento diretto dell’incarico per produrre 82mila camici da parte della centrale acquisti regionale Aria spa a Dama spa, che poi aveva rinunciato e l’aveva tramutata in donazione benefica alla Regione. La sua posizione era stata archiviata nel 2022, e la vicenda si era chiusa con il proscioglimento di tutti.

Il blitz nel laboratorio a Garbagnate Milanese della società M&G Confezioni

La nuova indagine è partita da un’ispezione della Guardia di finanza nel laboratorio a Garbagnate Milanese della società gestita da cinesi M&G Confezioni, che poi ha cambiato nome in Gmax 365. Da una parte gli abiti griffati pronti per la consegna ai committenti, dall’altra tuguri dove dormivano gli operai cinesi costretti a ritmi di lavoro no stop per paghe da fame.

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I controlli dei committenti “ciechi” per la sicurezza sul lavoro

Condizioni di degrado documentate anche da una serie di foto agli atti, mentre dall’analisi dei consumi elettrici è emerso che le attività lavorative iniziavano alle 6.30 del mattino per concludersi alle 20.30 “senza soluzione di continuità”. I controlli dei committenti erano “finalizzati solo alla verifica della qualità del prodotto rimanendo invece ciechi nei confronti di tutti gli aspetti inerenti la sicurezza sul lavoro”, con una sostanziale “indifferenza”. I pm Storari e Daniela Bartolucci evidenziano che “pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali di Dama Spa e Aspesi Spa”.

Il governatore lombardo Fontana: “Mio cognato sicuramente dimostrerà la propria innocenza”

Da parte sua Fontana ha risposto in modo polemico alle domande dei cronisti: “Chiedete a mio cognato, che sicuramente dimostrerà la propria innocenza come ha dimostrato in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto. Mi chiedo la strumentalità della domanda e dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini, che è titolare dell’azienda nella quale io non ho alcuna parte”.

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