Heribert Mayr, primo maestro di Sinner: “Mi disse che voleva diventare tennista. Un vincente nato”

Roma, 14 febbraio 2026 – "Heri, senti una cosa..." Silenzio, "dimmi". "Smetto con lo sci, voglio giocare a tennis". Così il fenomeno Jannik Sinner si fece carne in un dialogo al limite del surreale col maestro delle prime ore, Heribert Mayr. Stop, più autentico di così non può essere, perché anche poco più che tredicenne l’altoatesino non si tirava indietro davanti alle decisioni difficili.

Herybert, ma quindi è sempre stato così?

"A quei tempi allenavo in diversi circoli. Tra i quali c’era anche quello di Sesto (Pusteria, ndr). Con Jannik facevamo due o tre volte a settimana. All’inizio solo un’ora, perché lui praticava anche calcio e sci, a volte con allenamenti in contemporanea. Succedeva che il mister spostasse gli allenamenti pur di averlo in squadra il più possibile tanto era bravo".

Si ma come si arriva al tennis?

"Quando aveva 11 anni gli chiesi: ma se dovessi scegliere quale sport fare per la vita? E lui: ’Lo sci’. Perché in quel momento vinceva praticamente tutto, mentre con la racchetta ancora non era arrivato al massimo. L’anno dopo, passato di categoria, gareggiava con gente che pesava anche venti chili più di lui, in discesa il peso conta. Dopo essere arrivato un paio di volte sesto o settimo ha preso la decisione che lo ha portato fino al numero 1 del mondo".

In mezzo c’è dell’altro però, poi che è successo?

"L’ho allenato dagli 8 ai 14 anni, finché non è andato a Bordighera, all’accademia di Piatti. Fui io a metterlo in contatto con Max Sartori (ex allenatore di Seppi, ndr), anche Alex Vittur lo conosceva (quest’ultimo ora saldamente nel team di Sinner, ndr). Quando ci fu il primo Challenger a Ortisei portai Jannik con me, gli dissi di prendere la racchetta e che lo avrei fatto giocare con qualcuno. Sartori, appunto, che già aveva sentito parlare di Jannik da Vittur. Un mese dopo ci hanno richiamato, e a 10 giorni da Natale siamo andati su a Bordighera da Piatti".

Da lì ha poi preso il volo verso il professionismo, ma com’era il suo carattere da bambino?

"Come adesso, negli anni si è semplicemente fatto più maturo. Ma già da piccolo era fornito della grinta giusta, non serviva dirgli nulla, e in campo aveva una visione di gioco che gli altri non possedevano".

Che altro ha conservato il Sinner di oggi di quel ragazzino?

"Di quel bambino, oggi cresciuto tantissimo sotto tutti i punti di vista, è rimasta la testa, la voglia di vincere e di migliorare. Un lavoro quotidiano che svolge con il suo staff, è una virtù innata la sua: o ce l’hai o non ce l’hai. Poi è bravo a prendere le decisioni difficili, sicuro di quello che vuole: è servito coraggio per lasciare Piatti a quell’età e cambiare allenatore".

Le è dispiaciuto molto vederlo perdere agli Australian Open da Djokovic?

"Sì, nel primo set ha giocato molto bene, ma forse l’altro non era ancora pienamente entrato in partita. Sul finale credo abbia sprecato un po’ troppe palle break".

Sarà dura smaltire la sconfitta?

"Jannik è bravo anche in quello. Non cerca mai delle scuse, ma fa i complimenti all’avversario. Anche se gli capita di non essere al top della forma è sempre capace di dare merito all’altro".

Assieme avete fatto incetta di campionati di categoria quando era bambino, ma qual è la vittoria che non dimenticherà mai?

"Quella del primo Slam, gli Australian Open 2024. Lì mi sono veramente venute le lacrime agli occhi".

Riesce a seguirlo in qualche torneo sul circuito? Vi vedete?

"Se passa da casa ci vediamo spesso. Soprattutto in primavera, quando viene a giocare a golf al circolo di Brunico. Quanto ai tornei, mi è capitato di seguirlo, dal Roland Garros 2022, quando si ritirò contro Rublev negli ottavi di finale, a Roma, Montecarlo, Vienna. E quest’anno spero di riuscire a tornare a Wimbledon".

Sente ancora l’ansia pre-match come quando era maestro?

"Sono più emozionato che ansioso devo dire. Ora mi godo le partite molto più tranquillamente".

Jannik cita spesso fratello e genitori nei suoi discorsi. La famiglia è il segreto dietro al campione?

"Sì, ma in un modo differente".

"Non sono mai stati genitori pressanti. Incollati alle reti durante gli allenamenti o le partite come accade tanto ai giorni nostri. La prima volta che me lo hanno portato si sono subito fidati di me, sono andati via e ci hanno lasciati lavorare liberamente. Stessa cosa capitava a Bordighera quando è diventato più grande. Poche volte passavano a vedere gli allenamenti, non perché non gli interessasse, ma perché volevano lasciarlo libero di esprimersi. Si fidavano ciecamente del maestro e poi ne apprezzavano i risultati, anche a Piatti pareva così strano".


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